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giovedì, 29 marzo 2007
Scopertamente ambisco al lavoro misericordioso. Lascerò combinare i giusti numeri e le rapide esecuzioni di lettere al giudizio. Spero che il pedone passerà inosservato, consapevole del tempo che appartiene al deserto dei mari e delle terre che sono speculo del bianco e del nero. Tenterò (per ultimo) pazzia: l'infida scusa, l'astuta mancanza d'aria; e desterò rancori per il mio mancato regno. So che eserciti si comprano con la menzogna del vivere e con l'oscenità promessa. Il mio non muovermi è apparente; è solo scudo e metafora di essere. Non ho passato nè futuro, ma trappole. Vi concedo possibilità pacifiche, gioghi da maniscalco e ferri nuovi. All'alba raduneremo le nuvole che verranno contate e lasciate libere di scorrere e vedrete, così, le ombre sulle ombre. Il gioco sarà chiaro. Roma dovrà piegarsi. Un'altra Roma e un'altra fenice apparirà. Con vesti fatue impererà con il mio nome: ma sarà gioco. Canuti predicatori calpesteranno deserti di polvere; apriranno uffici metrici, stabilendo le loro misure. Assi verranno inchiodate e alfieri attraverseranno ponti congiungendo trasversali ricordi, nè più loro sapranno, nè più voi saprete. Ogni congiunzione sarà ritrovo, università, piazza, ma di misura mercato. E lo speculo infinito sarà tre volte scavalcato da cavalli: piegati alla volontà degli angoli. E raggianti piazze pacifiche guarderanno con paraocchi agguati senza rancori. Lecitamente tratterranno (in singole innocue liturgie) folti pellegrini, con misure e pesi seminuovi. Ed io sarò costretto ad essere quello che mai sono stato: corpo e ricordo di questo. Le torri: cime, montagne, colline, financo alberi, il sole li farà scorrere da nord a sud con l'ombra di questi, e da ovest ad est sarà la notte che moltiplicherà ostacoli invisibili: onde d'aria e mura di eco silenziosa. L'immaginato è lì, come sai. Nella calura potrai riposarti sotto le mie mura; terremoti scuoteranno come alberi al vento le fondamenta di roccia. E, ferito, nell'incoscienza, nel delirio, nel sogno, mia madre mia sposa mia figlia, verranno a salvarti e a chiederti d'essere uomo in questo gioco incosciente.
lunedì, 26 marzo 2007
L'idea è confusa. Tagliata da lama di coltello argentino vive, metà. L'altra agonizza e spera d'essere liberata da "imago sogno". Delle due, (congiunta in una):
"un romanzo è quaranta righe e quattro metri cubi d'aria"
(corrispondenze):
Romani: questi infami traditori di popoli, hanno insalato terre con menzogne.
Tre persone si incontrano esattamente il tre gennaio. Le stesse dopo dodici anni si rincontrano a Madrid nel bar dell'aeroporto dandosi le spalle. Le stesse persone, ventiquattro anni prima, si erano incontrate a Tunisi nell'androne del hotel Africa.
Tutte e tre di sesso maschile e tutte nate lo stesso giorno e lo stesso anno avevano combattuto il ventisette aprile 217 a. C. nella seconda guerra punica, contro l'esercito romano. Così gli stessi durante la battaglia della Sernaglia il ventitre ottobre millenovecentodiciotto, erano stati feriti (lievemente) e poi ancora dichiarati abili.
Gli stessi uomini, erano stati amanti della stessa donna che li aveva partoriti tutti e tre lo stesso giorno, dello stesso mese alla stessa ora in secoli diversi.
Uno, era morto di sifilide e poi affogato ad Ajaccio e poi lasciatosi morire di inedia in prigione a Crotone, dove un secondino cercò di salvarlo, ma fu tutto inutile. Uno, era nato morto. Uno, era nato vivo ma morì tre ore dopo, fece in tempo: sorrise al medico che cercava di salvarlo, ma fu tutto inutile. Lo stesso nato morto e poi ritornato vivo per poi morire poco dopo: dando un sorriso al medico; uccise il tre gennaio per futili motivi lo stesso medico. Mentre lo infilzava gli sorrise. Il medico riconobbe il sorriso del neonato nel momento di morire, ma sia il medico che il neonato morto erano la stessa persona. Uno, era nato e nascendo si era riconosciuto in una fotografia di un Santo (S. Bernardo) appeso al muro in cucina. Così nascendo divenne pazzo. E da pazzo raccontava che avrebbe vissuto dodici volte e dodici volte incontrandosi avrebbe trovato a terra la forcina di sua figlia ma questa era piegata come un'ancora.
La figlia chinatasi, in una gita scolastica in un orfanotrofio, rimase faccia a faccia con chi non avendo nè una casa, nè padre, nè madre, raccolse la forcina a forma di ancora e continuò a giocare a campana.
(tra cinque giorni e settecento e sette anni or sono, il trentesimoterzo canto del paradiso.)
giovedì, 22 marzo 2007
L'incomprensibile "taglio", o meglio il moro-saraceno, greco, fenicio, romano. Fenici, Greci, Romani, Saraceni, oppure: Scheria, l'isola che non c'è. Il non esistere, luogo di non grammatica, di: "è un taglio netto con pochi margini di risposta." Il vuoto fisico l'andare giu. E allora?...
Essere altro? Domanda: essere altro? (l'infantile essere stati altri) No. Adesso!...Essere altro. Appunto scheria. Mi giro. Cerco di mettere a punto ( . ) questa questione. Questione: forse è domanda più unione, (questione) una domanda che unisce. Una domanda che ha in se unione. Qualcosa che non è qui. Cerco.
(non credere mai alle insufficienze degli altri, esse sono solo, prove terribili per te)
mi parrebbe strano sentire la tua voce scrivere: il "prima" in comunione e leggere in voce, ironiche canzonature. Un Uomo, se pur appoggiato ad uno stipite, sa raccogliere.
martedì, 20 marzo 2007
Signora Verità, questa signora prigioniera, che tenta evasione gradirebbe conferire. Con un punto ( e basta), senza possibilità d'accapo mi ha scritto. Dice (mi ragguaglia) velocemente, allude a poetici infiniti, a comodi giacigli e a sicuri e non fatui fuochi. Promette Eternità cosmopolita, calda molto calda.
Rispondo...Ringrazio. Si oggi fa freddo si spera in una primavera Vera. Non ho sospetti su alcuno, sono mentitore per natura, bado ai fatti miei. Ella avrà modo di distrarsi, di credere nelle ferie e vivere un poco in oblio, come noi tutti qui. Le auguro una buona permanenza ma perdoni, preferirei incontrarla solo su appuntamento.
domenica, 18 marzo 2007

Ieri (che importa quando!) metà per dovere, metà per diporto, mi sono chinato verso un' isola, la "prima" per i greci e tanto di coppa Nestore come primato.
In famiglia all'andata con un amico al ritorno (anche lui giunto (era lì) per faccende non affatto estranee al diporto). Località Sorgeto è un taglio netto con pochi margini di risposta. -Qui si va giu.- E giu è il mare con la sorgente d'acqua di cromo e sali iodati a novanta gradi. Io non ho detto nulla. Questo è mare d'inverno. Qui è metà tufo e metà lava fusa fino al mare, il terriccio è cenere di lava come malta per il verde, l'ossidiana è tra i piedi liscia e rotondata dal mare, le pietre sono accatastate da "castori" adepti a magnificare e circondare il caldo e fermarlo alla sua responsabilità di terme. Un piacevole non entusiasmo, un'arietta scanzonata e profondamente silenziosa, zero turisti. Io ed il mio amico ci siamo rivestiti ancora bagnati e siamo tornati a casa. In vaporetto, per non perdere quell'ora, abbiamo scritto, credetemi, una lettera a Gaio Giulio Cesare.
venerdì, 16 marzo 2007
Ho sempre cercato di comprendere questa figura: Mater Matuta, salvifica; "ponte" e fondamenta mediterranea. Quando mi trovo a sfogliare riviste e libri (sfoglio più che leggo) d'architettura, mi sento stanato dalla mia ignoranza. Rimango "perplesso" dal linguaggio "tecnico": mi rimanda a giochi di proporzioni, di contrapposizioni, di infiniti prospettici. Un Nord, un Sud, un Ovest ed un Est, mi sembra, orfani del centro. Forse, penso è un centro sottinteso; che mi costringe però a voli pindarici. Così penso a Livio, all'idea di "città" ed odo (parola poetica ma veritiera) alcune voci antiche che mi destano: Servio Sulpicio che scrive all'amico Cicerone di un suo viaggio in Oriente, in Licia, ecc, ecc,.
Penso a Roma che si innesta ad un già "territorio" e brutalmente annienta la "latinità" dei Latini. Una città Roma (ricordiamolo più che impero) centripeta. Una "civiltà" quella romana capace di rimescolare le carte: giocare, dichiarando in anticipo il perchè del suo barare. Roma è di per sé un disegno, un albero innestato: un Pater Matuta. Una nuova Sparta che esclude includendo solo ciò che può e vuole assimilare. Ecco mi sembra che l'architettura sia orfana degli infiniti che congiungano; degli opposti che dialogano, manca di equilibrio, è alla ricerca perpetua (credo un poco infantile) di quella serenità che è di diritto. Così mi sembra, che l'architettura costruisca il surrogato "d'idea architettura" mortificata per altro (a volte) dall'ideologia: quel sogno di una cosa... Non vi è dubbio però che dal "dualismo insanabile" (come diceva il grande scrittore Antonio Pizzuto) siano nati capolavori d'arte figurativa ed architettonici, non a caso "tensioni". Ma a che prezzo! Ribellioni tacite che spesso pongono -l'artista l'architetto- all'annientamento della propria vita.
(con un coltello da innesto, preparo schegge di legno dolce. Accenderemo questa sera un fuoco nel frutteto. C'è da fare pulizia di rami secchi)
martedì, 13 marzo 2007
L'idea del bunker gli venne con la verità. Le parole, come si sa, contengono altre parole, sono solo alibi che nascondono il vero nome delle cose. Il vero significato è segreto. Tutte le parole tra loro mentono. Solo mentendo tra loro possono vivere senza profanare la verità, tutte le parole contengono una sola la stessa verità, i numeri e le parole contengono proporzioni segrete. Invano sarebbe contare fino alla fine i numeri. E' come dire: -Parola dapprincipio-dapprincipio parola.- Questa è segreta. Metà di questa è stata custodita, metà è stata data agli uomini. L'intuizione che porta a intuizione è comprendedere l'altro specchio. Ma si sa che non sono gli stessi numeri e le stesse parole. Né la verità, né la legge di questa. Custodire la legge è custodire parte di questa. Custodire la propria eredità è custodire la propria metà di verità.
Le famiglie accunulano e disperdono. Moltiplicano fino a perdersi. In ogni oggetto ci sono tutti gli oggetti. In ogni sguardo ci sono tutti i quadri. In un solo dipinto vi è tutto l'universo. Il segreto di questo è nel nome agli uomini precluso, così come nelle pietre di giada. Non è l'oro a grammi o a chili, è l'oro perchè oro. Non è la ricchezza ma è la povertà di questa. Non è la povertà ma la ricchezza di questa. Non è la proporzione ma l'illusione di questa.
Avere è morire. Avere ogni sguardo, ogni libro, ogni storia esatta, l'esatta proporzione della finzione, musica nella musica. Avere la penna d'oca di Voltaire, gli occhi di Galileo, le mani di tutti gli avi. Sapere della propria mediocrità. Un testamento che racchiude tutti i testamenti ed in ogni testamento lo stesso testamento.
Aprire il testamento e vedere la morte non è cosa per un uomo. La morte non è la morte, vedere la morte con il suo vero volto, doppio e insignificante per un vivo, è moltiplicare uno specchio con la luce di questo. Contenere in uno specchio l'Europa, L'Oriente.
Nell'ordine, indici di altri disordini, numeri, depositi, banche, azioni, altre banche, miniere, denari, monete. Indici precisi meticolosi con altri indici, biblioteche di indici, transazioni ed altre transazioni, infinite collezioni. Vite nomi di vite, nomi dei nomi del nome.
Il vincolo dell'uomo sull'uomo si spezza con il compasso. La riga traccia la retta e difende il calcolo. Il calcolo costruisce volte, perfora montagne, trasporta fiumi, divide mari, sbarra valli. Il mare trasporta anonimamente, i porti contengono volti anonimi.
La vigna produce uva, l'uva produce vino, il vino produce cantine, le cantine producono licenze di queste. Tutto è ordine, la follia è l'ordine preciso e meticoloso del dio ordinato e giudizioso. Tutto su questa terra è carta, tutto è albero, tutto è lavoro.
-Forse è stato un abbaglio, un luccichio alla fine della mia vita, o all'inizio di un'altra, mai veramente ho compreso l'inizio, so solo che d'un tratto ho iniziato a sognare. Più sognavo più i sogni venivano a confondersi con la mia vita. Non so se sono pazzo o la pazzia è iniziata quando sono stato male. O quando sono guarito. So solo che ho costruito un bunker, non so esattamente dove, né come arrivare a lui. So solo che oggi verrò rinchiuso, sono già rinchiuso nella stessa stanza che io ho progettato e costruito. Nel sanatorio mi è consentito scrivere anzi vogliono che io scriva, ma io so di non farlo.
(se non fosse stata per la dedica: a Manuela. Avrei trovato di nessun interesse questo racconto.)
sabato, 10 marzo 2007

Sigiriya è un blocco granitico alto trecentosessantaquattro metri nel centro dell'isola di Ceylon. Sigiriya, detta anche "Rocca del leone", ha sul fianco dipinte a grandezza naturale ventuno spendide fanciulle. Divinità che gettano petali di fiori sulla terra? Dame di corte che offrono fiori? Nessuno sa cosa rappresentino.
Pare che sulla "rocca del leone" , che domina con una superba vista la sterminata giungla, vi abitasse il re Kassyapa, il quale dopo aver assassinato il padre e temendo il ritorno del fratello, del quale aveva esurpato il trono, si fece costruire una residenza grandiosa.
giovedì, 08 marzo 2007
"No, non voglio che i tuoi occhi parlino di altro" (questa frase suona all'interno della protagonista (cioè un sogno) che sogna). Un animale a forma di pesce, enorme, verdastro, con squame come corazza, esce da una pozzanghera solfurea, umida, calda. La protagonista (cioè il sogno che sogna) ha la sensazione d'avvicinarsi fino al limite, per altro non bene definito, e l'animale dice: "Il tuo limite! Sorge il sole, attenta, il sole scalda, e le mani...io non ho mani, ma occhi grandi per guardare nel buio". Infatti sono gli occhi dell'animale che venuti incontri dicono: "No, non voglio che i tuoi occhi parlino di altro." Nel sogno la protagonista ha la sensazione del ricordo di un altro sogno di stare o di essere stata in una stanza lunga, come un corridoio dove all'estremità la via lattea goccia riempiendo la lunga stanza, e lei dice, o nel ricordo diceva: "I miei occhi non parlano, sono le mie mani." In uno spesso strato di nebbia una porta si apre, e aprendosi riflette qualcosa, ma non riesce a distinguere cosa. Ma oltre la porta una bimba, una bimba assorta con treccine bionde è davanti ad un gran libro, sparsi su scaffali libri che scendono, come scivolassero andando a coprire tutto il pavimento. Ma questi strani libri mentre scivolano sembrano inghiottiti dal pavimento. L'attenzione della protagonista è rivolta ai libri che scivolano dalle librerie e vengono inghiottiti, mentre la porta continua ad aprirsi ed aprendosi aumenta la sua dimensione, appiattendo la scena come se la stanza venisse incontro alla protagonista. Ora distingue il riflesso sulla porta è il bagno di casa. Mattonelle si avvicinano come fossero pagine di libri e su di esse scritte a mano con una calligrafia minuta che riconosce sua. Una voce giunge da lontano: "Dov'è che sei? Dov'è che sei piccina?" Il sogno prosegue in una convulsa corsa sopra un manto di neve candido, la protagonista correndo non tocca la neve e dietro di lei il sole si avvicina con una bocca enorme, s'ingigantisce e di un tratto si trova dentro un cuore pulsante, cavernoso ed umido, schizzi di sangue le sporcano i vestiti. Cerca di proteggersi ma si sporca sempre di più, si copre il volto, un caldo insopportabile, una gran luce le viene incontro. Un fiume straripa e nel fiume tutti gli oggetti di casa sono portati via dalla corrente. Il frigorifero, la libreria, i letti che d'un tratto in un vortice vengono inghiottiti. Il pigiama si gonfia come un pallone aerostatico si libra in aria attaccato ad un bottone, un aquilone a forma di letto e nel letto una donna con lunghi capelli che sembrano una coperta. I capelli di un tratto si alzano fendono colpi terribili come una bandiera nella tempesta. La donna si volta e la protagonista la osserva: ha fianchi, seni, un viso forte ben modellato, ma il sesso è quello di un uomo in ogni modo questa è la sua sensazione ed, infatti, insemina come una pioggia lattiginosa che scivola in un lungo corridoio. La bambina è ancora lì che legge un gran libro ma il libro è come un video dove mani lunghe e fini si arrampicano su fazzoletti. Ora sul video compaiono le mani di lei che recita di nuovo nel linguaggio per sordomuti. L'occhio della bambina s'ingrandisce, il verde dell'iride si scioglie come cera, scivola nelle pagine del libro che è sfogliato dal vento e dai capelli che come radici mobili s'insinuano nelle pagine. Scavalcano parole, sollevano frasi: "Non si tratta di un modo diverso di concepire il dramma... a Dostoevskij che è d'altro parere." A Dostoevskij, lentamente si scardinano le consonanti e la D la S la T la V la S l'H diventano: dinosauro, sole, tavolo, vento, sole, hombre. E come un disegno di bambino c'è il sole tra le montagne, il tavolo di una casina, ed il vento che muove il sole come una nuvola ed un uomo viene incontro in questo disegnino dicendo con le parole di Dostoevskij: "In qualsiasi luogo e in ogni cosa io arrivo all'estremo, per tutta la vita ho oltrepassato ogni limite." L'uomo o meglio la lettera H, hombre, è solo un riflesso del disegno che come un cartone animato dai colori puri si muove come fosse riflesso sulla superficie di un lago che ora s'increspa. L'uomo così si scompone diventa occhio ma la sua ombra (hombre) rimane e parla con la stessa voce di prima: " Il tuo limite! Sorge il sole attenta, il sole scalda e le mani...io non ho mani ma grandi occhi, occhi per guardare nel buio." In rilievo come lievitasse l'occhio si avvicina, i raggi dell'iride esplodono in raggi di sole ed i raggi non sono altro che i capelli legati come uno scignon e il fermacapelli una penna stilografica che perde inchiostro bianco lattiginoso che s'insinua come smalto tra le unghie e finissime mani salgono e diventano sempre più fine fino a divenire fazzoletti.
(Un aeroporto realizza sogni a poco prezzo)
martedì, 06 marzo 2007
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