aeroporto

   nessuno conosce ulisse


venerdì, 27 aprile 2007
 

L'improvviso

Il pittore salì sul primo gradino e lasciò che parte dell'acqua scivolasse dal suo corpo. Nell'istante che egli comparve alla vista del protagonista, una folata di vento mosse l'acqua increspandola e così il protagonista rimase a guardare il vento muovere le foglie del corbezzolo e lo specchio d'acqua, cercando di scrutare il fondo della piscina. "Azzurro, macchia dei tuoi occhi/ Stretti in un cerchio d'acqua/ Immobile nel pozzo nero della pupilla/ Con il vento che fuggendo allinea eserciti di pensieri/ E nel fondo stretti da tonnellate di secondi/ Spacchiamo/ Come ferite inferte alla terra."

L'erba piegata, falciata da poco, con scatti improvvisi tornava ad alzarsi. Il vento circondava in un abbraccio gelido la schiena del pittore. Il pittore sentiva dentro sè un silenzio che gli faceva sembrare ogni cosa estranea. Aggrappandosi alla scaletta per uscire dall'acqua scivolò trovandosi d'improvviso sotto la superficie con gli occhi aperti. In un baleno non sapendo come e d'improvviso tornò dinanzi l'immagine della moglie e di lui durante un  bombardamento, prima che persero il figlio. Sentì nel ricordo le sirene e capì la voce chiara e un poco paurosa della moglie.

"Scendi giù al rifugio". Diceva lui. "No caro, è inutile vanno a nord". Si ricordò la moglie in cucina sparecchiare. "Prendi Roberto e portalo al rifugio". Si ricordò la sua voce. "Sta dormendo"

"No è qui in piedi". Si ricordò del figlio in piedi vicino al tavolo, con il dito in bocca, si appoggiava impaurito al suo corpo, mentre le sirene degli allarmi suonavano in lontananza. Si ricordò la moglie passare tra le tinozze d'alluminio piene di acqua, avvolgere il figlio in una coperta e scendere giu velocemente. Poi si ricordò della moglie che era tornata in casa per fargli compagnia, davanti allo stipite della porta mentre ferma gli sorrideva. E si ricordò di come fecero all'amore sotto il bombardamento, quando si strinsero e risero e sembrava tutto così assurdo... E si ricordò di come quel bombardamento a lui pareva finto, come quando tranquilli si vede da lontano un fulmine cadere, e si prova quella calma interiore, quella piena e sicura tranquillità come se, presi da una vertigine, si avesse, nell'incoscienza, la sicurezza della propria immortalità. Così si ricordò che fecero all'amore con gli animi leggerissimi: si sentiva leggero e felice.

(pag. 43-44)

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lunedì, 23 aprile 2007
 

Recensire

Domenico Variero è nato a Palermo nel quartiere Latino nel millenovecento52 ed esattamente alle ore 15 e ventitrè (come annotererà la zia ostetrica) il 23 febbraio (nel segno dei pesci). Una giornata particolarmente calda come ricorderà il padre di Domenico: un intenso scirocco ci faceva sembrare tutti arabi nel deserto. Mentre i rimorchiatori del molo Sud si chiamavano per l'uscita d'una cisterna di petrolio, i vagiti di Domenico promettevano e poi mantennero una voce profonda da cantastorie e poeta. Nella tradizione per la tradizione familiare si è laureato in giurisprudenza con poco meno del massimo ed il massimo con bacio accademico in lettere e filosofia. Impiegato come cancelliere e poi superato brillantemente l'esame in magistratura ora è in aspettativa perchè deputato della Regione Sicilia, si è più che dilettato in poesia:

A rimorchio di un telo variopinto/ Carro e ruota nella costellazione dei gigli/ Ho perso le chiavi di un tempo/ Entrato come ciarlatano e ascoltato come uomo/ Ho comprato dalla mafia voti per grazia ricevuta/ Ricevendo contratti a termine ho sbrigato pratiche.

Ed ancora:

Muratore edile a filo e piombo e con il "male e peggio"/ Ho cementato la lava di questa trinacria d'acqua.

La scrittura poetica del dott. Variero è lavorata nel vuoto. Il suo intendimento "poetico" è corroborato ed aiutato (come lui stesso ci dice) dalla moglie Giuseppina (nome in onore a Garibaldi di cui il tris nonno materno della moglie, fu accanito osteggiatore e per questo dovette l'esilio). Gli apparenti non sensi escludono la faciloneria, egli costruisce "pulizie domenicali":

Varechina e panni di risulta ed a terra/ il vestito buono come armadi capovolti

L'inquietudine è ancora più visibile nel suo ultimo romanzo appunto: "Ultimo". Edito dalla casa editrice che fu anche casa di cura. Il 23 febbraio del 1952 è stata una domenica calda ma nuova per la letteratura.

(Evaristo Carriego, poeta raccontato (recensito) da Borges, vissuto nel quartiere Palermo amico e vicino di casa del grande scrittore argentino  allora sconosciuto trentenne. " Perchè recensire un poeta  sconosciuto?" Gli domandarono molti anni dopo. "Ma era un amico... un vicino di casa". Rispose.) 

in un romanzo ci vogliono, anche pagine sbagliate

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martedì, 17 aprile 2007
 

Lo scrittore

La cucina era stretta, un tavolo era posato contro il muro, c'erano vecchi mobili scrostati. La protagonista piangeva, sentiva il respiro salirle fino in gola, si poggiò su un braccio e sentì il suo respiro caldo.  Si rannicchiò tutta sul tavolo era ferma, piangendo non capiva. A occhi chiusi posò il naso sul braccio, fissò una macchia sul muro e si mise a leggere un romanzo da lei pubblicato: "Legato con una corda come un cane c'ero io, "il bambino": Avevo cinque anni ed i capelli erano rasati a zero. Con una sola calza e un paio di sandali, avvolto in una coperta umida che si era attaccata alla schiena, vedevo le strisce di fango riflettere le nuvole chiarissime. Delle pietre per me erano isole immaginarie. C'era sempre la fame, mio padre era dietro il carro e mia madre a male parole lo chiamava. Il cane, un bastardo della mia età, era in testa con la coda arricciata in su. Quando si fermava lasciava passare il carro odorandolo tutto, fino a quando c'ero io seduto dietro con le gambe fuori. Mi guardava velocemente e strizzava gli occhi. La mia è stata una brutta infanzia, l'infanzia di uno sfollato, avrei voglia di raccontare che di notte avevo freddo e mi pisciavo sotto, di giorno avevo paura di tutto, perdevo tutto..."

La protagonista ritornò indietro lesse la prefazione. "Ciò che cerco non è il dialogo con la luna, nè solo la fonte delle chiare e fresche dolci acque, sono un profugo, un uomo, legato al braccio con una cordicella al carro di famiglia, il mio è stato un cordone ombellicale, mai mi sono trovato, se non nell'essere scrittore. La memoria, i ricordi sono una falsa realtà, evocandola si trovano solo imbarazzi cittadini... Scrivere ciò che si pensa, non è essere uno scrittore... Ed in effetti, il "romanzo" che qui avete, non è nè il resoconto, nè la suggestione; il titolo, "l'imbianchino", non è il suo vero titolo. Forse doveva chiamarsi l'amante, o la prostituta, o il piacere. La rabbia, la confessione, la paura, il bambino, il frutto, l'elemento, il colore, il bianco: sono i capitoli che troverete in successione con la numerazione uno,  due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, l'epilogo nove..."

La protagonista, voltandosi e sfogliando il libro come un ventaglio, si sdraiò in terra. Ora vedeva il soffitto, le pareti, il cassetto, e la voce dello scrittore dentro sè sembrava ripercorrere in lei la numerazione per capitoli di ciò che vedeva. Con un fremito improvviso il frigorifero si spense; due elementi le comparvero in mente: "perchè piango? Non sono ancora ubriaca."

(pag. 94-95)

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venerdì, 13 aprile 2007
 

Finzione

"L'invenzione" cioè la finzione dell'essere contiene tutto. Essere (così) metafora di se stessi. Metafora, parola astratta: "spostamento". Così il termine, e noi con lui, diventa altro ma se stessi. Essere immagine, immagine su immagine: essere sfinge, minotauro.

Comprendere che "congiunzione" è un punto di partenza e non d'arrivo è per pochi.  Alcuni arrivano al significato di "limitare" e così "congiungere" ed "intuire". Nel Vangelo ancora non si è conclusa (ad arte) la parola "misericordia" ed il suo potente significato "magico"( prima sura del Corano).  Si ritorna, come sempre, a credere più alle macchine e alle invenzioni che non nell'uomo. Le "macchine" (così tutto il materiale) esistevano prima ancora d'essere inventate. Seguendo il labirinto, parola che deriva da labris, ascia bipenne (primo strumento umano) troviamo le apparenti contraddizioni che congiungono, ecc, ecc.... finzione.

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giovedì, 12 aprile 2007
 

Presunzione

Si auspica una letteratura umana. L'auspicio è pertinente, naturalmente provocatorio ma necessario. Vi è interesse nelle cose degli uomini, nei fatti e nei sentimenti. Voglio sostenere alcune idee, e queste espresse da personaggi. Se queste idee sono "buone" allora i personaggi dei miei romanzi o racconti, o commedie, ecc, sono veri e/o falsi, come nella verità, come appunto sono tutte le cose umane. Non conosco altro metodo per esporre in "verità" attendibili la complessità storica.

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sabato, 07 aprile 2007
 

(fra)Menti

capriCertosaOra, come era solito succederle nelle volte che leggeva dei copioni, errava mentalmente. La suggestione l'aveva presa, come nella morsa di un sogno ella si immaginava eroina di altri tempi, il proprio "io" si trasformava liricamente e criticava con il metro di una Anna Karenina o di una Kitty. Distraendosi si ricordò queste frasi che tre mesi addietro aveva ripetuto al suo amante: " Ma come? Perchè non hai avuto modo di capire? Credi che sia stupida? Pensi...Sei un vigliacco già era così per te da tempo, non è così?" Dei passi suonavano lontani, erano i passi del padre che passeggiava sotto il colonnato bizantino. "Quante volte..? Sei un principio di finzione. Si è sempre stati in due, non è così? E' quel che dicevi, che capolavoro di regia. Sei un cretino, ecco cosa sei! Un uomo incapace di amare. Sarebbe questo? Allora sarebbe per il tuo altruismo... Bella prova di coraggio... La carriera, che paroloni!" E mentre era alle prese con un tratto di calligrafia non chiara, dove si era fermata un attimo, alzò gli occhi, tutti la stavano guardando in silenzio, come se stessero sentendo qualcosa che la riguardasse e che a lei sembrò come una confessione. Subito il padre ed il regista iniziarono a parlare, presero i fogli che stava leggendo e, sempre discutendo, segnarono dei pezzi. La moglie del regista fece un cenno di saluto e di corsa si allontanò dal portone, la figlia la chiamava e lei sparì dietro la colonna. Guardò i cani, uno era seduto e scodinzolava a un gatto, l'altro era sdraiato che dormiva. Si alzò e uscì anche lei dalla Certosa. 

Mentre per strada camminava, rifaceva il percorso per tornare giù ai faraglioni, continuava a pensare e cercava ora di capire, domandandosi di tutte le contraddizioni. Parte di lei era innorridita e parte non era sconvolta affatto. Si sedette su una panchina meccanicamente, dinanzi a lei vi era il mare, in basso i faraglioni. C'era nel giardino molta calma, sentì parlare lentamente due turisti, cercava di comprendere cosa dicessero, poi li trovò dinanzi e l'uomo anziano la salutò in tedesco. Lì sembrava tutto semplice, meno complicato di come era apparso il suo ragionamento alla Certosa. Tutto era sfumato, l'azzurro del cielo e il mare intenso la inebriarono e quasi credette di aver un brivido dietro la schiena. Si sedette sapendo che presto si sarebbe annoiata. Allungò le gambe e si guardò le caviglie, si guardò l'interno delle cosce, si massaggiò i polpacci. Faceva questo meccanicamente, con l'immagine dei due turisti. Nel ricordo, sentì un sentimento di pietà, non era convinta di ciò che provava ora, ma come sempre, per una sua tendenza, il doppio della sua anima lasciava all'interno una coda dall'eco inquietante che la portava a domandarsi: "ho pietà di me stessa? O forse è di lui che ho pietà?" E mentre cercava di ricordare dell'altro, si accorse che ciò che aveva rammentato a proposito del suo amante, in parte era stato inventato dalla sua immaginazione, e che ciò che si erano detti era qualcosa di profondamente diverso, non solo in ciò che era il senso del discorso, ma ciò che riguardava lei.

(pag.161-162)

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martedì, 03 aprile 2007
 

Fra

Questi semplici fatti, queste sensazioni irripetibili, nel raccontarle assurde, non potevano, per pudore, neppure essere accettate agli occhi dei due amici, che rimanevano immobili senza voler avvicinarsi, senza sentire il bisogno, senza avere quella curiosità logica che si dovrebbe provare. Era una dichiarazione, ma a cosa? Ma cosa essi sentivano era stato dichiarato. Come nello scandagliare il mare, d'un tratto, dal profondo, qualcosa di oscuro, forse a simboleggiare l'inconscio, tiri giù la lenza con forza continua, che in qualche modo segni il tempo, come il costruire un muro nel tempo, di qui o di là e in cima a esso, senza enfasi, si rimanga ancora ad ascoltare, ma un segnale, ci fermi, ci prepari con premurosa attenzione a non eccedere. Il gabbiano rimaneva immobile, distante, ora, un milione di anni dalle sensazioni provate, dal mistero che, avvolgendoli, li aveva scossi e, rimanendo così, nella volontà al silenzio, i due amici, dandosi occhiate come volessero l'uno con l'altro riconoscersi, giravano senza da fare in giardino, accennavano a entrare in casa, come se l'altra parte della stessa calamita li respingesse, li allontanasse dal punto del gabbiano. Girarono in cerchi infantili, verso una meta interiore, camminando verso la vetrata del salone, verso la porta esterna della cucina, verso la parte interna del giardino, ma mai dalla parte della terrazza, del camino esterno. Un senso di vuoto, dentro loro, li teneva occupati a non pensare; il non agire, il fare, era in qualche modo esorcizzato dalla vicinanza fra loro. C'era la sensazione che potevano materializzare la distanza tra i loro corpi. Più si avvicinavano fisicamente, più aumentava la consapevolezza dei loro volumi, come se, all'interno di loro stessi, una forza pneumatica si gonfiasse, facendo loro sentire la pressione degli organi vitali, benchè questo stato d'inquietudine avesse un fare, un proprio inizio e un fine consapevole, consapevole negli eventi: il gabbiano stramazzare a terra. I due amici rimasero irretiti, letteralmente presi dalla rete delle proprie sensazioni, dei propri stati d'animo. Il pittore, vedeva immagini degli anni passati, come in un libro illustrato gli comparivano immagini, così vive da sentirle addosso come l'acqua che inzuppa i vestiti e rimane attaccata alla pelle. Sentiva e ricordava, ricordava e dinanzi, come in un libro, sfogliava il passato: il figlioletto in campagna, la moglie tra la vigna, lui che chiamava e beveva l'acqua fresca, l'intera felicità che mai provò dopo. E per bisogno di liberarsi dal torpore dell'oblio, proprio dei narratori dinnanzi al baratro, ai fantasmi che inseguono, iniziò a parlare al protagonista, raccontò di quando, insieme alla moglie e al figlio, si trasferì in campagna.

(pag. 47- 48)

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