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mercoledì, 30 maggio 2007
(l’arrivo)
Mollò quindici metri di catena e così liberata la barca si adagiò per un attimo alla corrente; ma, poco dopo, riprese il suo corso. Un semicerchio scuro, profondo e largo forse un miglio, segnava la presenza della baia; più in là, verso il largo, l’altra parte di questo cerchio ideale, dove la luce delle stelle faceva ancora scorgere le creste più luminose delle onde, che trasportate più dalla forte corrente marina, che dal vento, uscivano dallo stretto di Malacca, per ritornare placide nell’oceano.
Nulla è più mio; imprigionato in questo scafo d’acciaio. La mia pelle, forse la mia anima; strati di vernice: picchettare, leva ruggine, dipingere, e ritornare a farlo. Nel buio, in questo buio retorico ma comunque denso: forse immagino o forse vedo la riva. Non bastano quindici metri e forse neppure cento. Mi accuccio e non vedo altra via che aspettare l’alba.
6° 33’ 18’’ Nord
99° 10’ 43’’ Est
Sono solo trucchi: espedienti del destino. Riporto nel diario di bordo più volte e più volte, come segnalibro: “Stiamo fermi allo stesso punto aspettando disposizioni.” (Quante volte ho scritto questo verso di G. Seferis; e quante volte ancora dovrò riscriverlo?)
Un’arancia qui, è più preziosa dell’oro. Niente stagioni, solo vento, est-ovest; ovest-est. Come è distante tutto e come sono vicine le mie mani: ferite, tagliate, screpolate; calli con cui gioco come si gioca con un anello nuziale.

domenica, 27 maggio 2007
Il professore esamina il sito e rimane a guardare segni in terra che uomini di uomini, qualche millennio fa lasciarono accampandosi. Alcuni di questi (ma quali?) si sono spinti in altri continenti, altri sono rimasti a popolare questo. Metà dello studioso che si trascina con tutto il bagaglio è davanti ad una tazza, la sua di tazza.
L’aiutante, il ragazzo da poco laureato, prende a telefonare e così si sente parlare di cielo, di polvere e dell’arrivo come segnato dalle carte. La ragazza tira giù il suo sacco e si sistema al sole che sta per tramontare. Dall’altra parte dei fuoristrada si accende il fuoco a gas, con l’acqua minerale in una pentola ed in un’altra si cuoce il sugo, questo frigge e l’autista parla al ragazzo di stare attento. Il professore picchetta il sito, pianta bastoni di plastica riciclata e li congiunge con una corda. Il perimetro è marcato, nessuno deve entrare, neppure accidentalmente.
-In questo posto - dice il professore - il sole è fuoco liquido: la temperatura arriva fino a cinquanta gradi. Con la mancanza di qualsivoglia particella d’acqua, un minuto o settemila anni sono stessa cosa. Anche il nostro accampamento rimarrà immutato per millenni. Qui hanno acceso un fuoco e si sono accampati, forse settemila, forse ottomila anni fa. Guardate la fuliggine a terra, guardate questi pezzetti di carbone, guardate le ossa di questo animale, guardate le impronte, tutto come se fossero passati ieri. Domani raccoglieremo campioni, ora andiamo a cenare, abbiamo birra fresca?
lunedì, 21 maggio 2007
- E' questo il sentiero per scendere vero? - Domandò il protagonista fermandosi. Il pittore gli fece un segno affermativo. Il protagonista prese a parlare.
- Nei romanzi ci aspettiamo sempre che il protagonista esca dalle pagine e si insinui nelle pieghe della disperazione. Ci aggrappiamo con lo storico rimprovero verso il mondo. Fingiamo e giochiamo. Il resto... le volte che chiudiamo il libro e spegniamo la luce per dormire, rimboccandoci fino all'orlo, egli... l'amico, il sensibile guardiano dei nostri fantasmi, delle nostre angosce esce come Peter Pan, a caccia della sua ombra. Ti ricorderai Peter Pan?... Fotografo una amica.... lei non vuole, timidamente sorride un po' perplessa...si arrabbia, si svincola e dice... "no, dai ti prego, vengo malissimo". Cerco di rassicurarla con frasi ovvie, tanto per levarle l'imbarazzo. Lei in tutta l'ovvietà' della situazione, io con la macchina fotografica, lei aggrappata disperatamente a un sorriso circostanziale, io smarrisco la mia aria da intellettuale e dico... "Fotografare una donna, è come imprigionarla per sempre, costringerla ad accettare la sua vanesia attenzione... i tuoi seni, i tratti appetitosi, i fianchi la bocca... tutto si appiattisce, ciò che vorrei che comparisse è il riconoscimento, l'attimo dove la tua anima ne rimane imprigionata. Le anime si curvano verso noi stessi nel linguaggio del terrore. Fermati e sii prudente. Questo e' il messaggio dell'uomo moderno. Fermarsi davanti a un obbiettivo come questo... o rendersi conto di non potersi riconoscere. Il nostro corpo non contiene niente di quello che siamo." Clik, faccio la fotografia e continuo..."Naturalmente nessun fotografo e' mai riuscito a fotografare l'anima, e meno che mai nessun fotografo e' riuscito a fotografare uomini, c'e' solo un vanesio tentativo, l'introvabile e' racchiuso nell'arte. L'arte e' l'unica fotografia di noi stessi. Noi tutti dovremmo saper fotografare cio' che siamo. Uomini, uomini, uomini." Questo mio tentativo maldestro di conquistare un corpo, e con il corpo la speranza di rubare qualche particella sconosciuta d'anima, è servito solo ad allontanare la mia coscienza il mio io dai meccanismi che costruiscono tutta la mostruosità dell'accettarsi. La mia infanzia e' in agguato, pronta a cancellare tutto con una fotografia, una foto di una donna avvenente, alquanto vuota e pronta a donarsi per una passeggiata e qualche complimento barocco, e in questa immagine la noia sconfinata, il quadretto che esplode da lì a poco in aggressioni, forse sconosciute, capovolgimenti, senza la fantasia, il desiderio, la passione. Nel mio abbandonarmi, nello scacciare la presenza del nostro cervello, c'e' anche il desiderio infantile di perdersi tra le braccia di una donna. Piacevolmente rotonda, appetitosa, sconfinata nei suoi umori. Il prototipo di prostituta, la dea puttana dell'amore.
- Non ho più l'età per questi scongiuri. - Disse il pittore entrando nel sentiero.
- Il fatto - continuò con lo stesso tono il protagonista - il fatto e' rimanere abbagliato, trascinato dagli effluvi, che come una canzone ammaliatrice ci trascina ipnotizzati, fino a perdere i sensi. Sì i sensi. Non più... - Egli non ricordava più cosa volesse dire, a mente girava e girava, i vecchi trucchi salivano e le trasparenze, i riflessi, le goccioline dell'ansietà si raffreddavano assieme a quelle del sudore. La discesa nel sentiero era continuamente sbarrata da rami, tronchi, pietre appuntite: si preoccupò del pittore. E tali erano gli sbarramenti interiori, pronti a essere superati, ma rimaneva in lui la preoccupazione; tanto rimaneva in aria un'immagine inquietante, tanta era la pena che egli riusciva a coalizzare contro se stesso. Si aprivano vecchie piaghe, ora sanguinavano ferite inferte dal caso, ora comparivano rami a sbarrargli la strada. Più si separava da cio' che era, piu' il vincolo assurdo della superstizione lo inseguiva. Il totem, il ricordo dell'adorazione per qualcosa di straordinario, di grande, di mitologico compariva con le vesti di una bella donna. Egli sentiva che dentro se stesso si era modellato un'altra spiegazione, egli si era spiegato a modo suo la Cristianità, un miscuglio di Ave Maria, con un senso profondo un qualcosa che non capiva, quel qualcosa era la suggestione che provava ora di fronte al vuoto, e nel riconoscimento di esso. Voleva scagliare contro i propri demoni, idee. Idee che avrebbero sostituito le sensazioni. Egli turbato girava e girava alla ricerca di tanto e di poco, misurava e distruggeva con eleganza il proprio accanimento, cercava così una misura, un senso in essa. Quasi una fanatica fede che in gergo volgare significava: contraddirsi. C'era un proposito, votato al desiderio, quest'ultimo era animato da chi? Questa domanda rigirata "ai demoni" era ridotta in affermazioni, in sottintesi, in occhiate, e in sospiri di contraddizioni, lanciati contro se stesso, ma in special modo contro tutti e tutto. L'insofferenza regnava nelle azioni private. Era ciò che voleva anticipare al pittore, ma non riusciva a dirlo. Non riusciva a riconoscersi in un vocabolo, in qualcosa che aveva fin dall'inizio mutato in sequenze, che poco avevano a che fare "solo" con la sua volontà. Il demone, i rami, le pietre appuntite, erano solo le introduzioni alla pena che doveva sconfiggere, prima di arrivare a potersi tuffare nel mare. A sprofondare in qualcosa che aveva a che fare con l'eterno..... Egli si ricordò di cosa avesse scritto a proposito dell'infinito la sera prima e ora cercava di rammentare se tutto era solo un sogno, se ciò che pensava era solo la continuazione di "un qualcosa di più grande" e a mente riprese: "L'infinito e la sua illusione, marcia di terra e di fango nel bianco spiazzo oltre il tuo sorriso, coriandoli tra la tua bocca. Un granellino sopra un macigno e il tuo collo come un cigno voltarsi nella morte……E veloce, non più di traverso, compari scrutando l'orizzonte, tagliando il sole, placenta dell'illusione. Una sciabola per coltello, le ciglia sipari di infinite bugie. Eppure i tuoi seni li ho ancora stretti, lanciati oltre liriche frasi. La menzogna costa cara." Ed egli nell'ultima frase, capì che c'era qualcosa di più grande, di travolgente, che avrebbe, se la si fosse lasciata fare, distrutto ogni cosa. L'interrogativo ora compariva come una amabile dama che racchiudeva ingenuità ed erotismo, ora come una sarcastica vecchia dal volto infantile, ora come un muro che sbaragliando la strada fermava la corsa fino a precipitarvi contro. L'interrogativo, che tratteneva in pugno la volontà si trasformava in imperativo, e inutili erano le resistenze che egli chiamava, come fedeli pretoriani, a difendere le mura del suo io preso in assedio. L'imperativo era trovarsi tra le lenzuola, sognate, desiderate, ben pulite, era questa la sua fantasia, "una" capiente e silenziosa, "una" curiosa, rispettosa idea dell'immagine femminile, "una" senza volto che avesse per coincidenza trattenuto tutto il suo corpo, per non finire fagocitato in quello che egli non riusciva più a trattenere. Le mille voci, i mille volti, i cento personaggi imperativi, che trattenevano, come in un malato, la sua personalità e inesorabili erano pronti a distruggere tutto ciò che era egli stesso. Una infinita lotta, una dannazione che egli figurava, ma non aveva il coraggio di darle un volto, un nome, non aveva il coraggio, o meglio non riusciva a parlarne. A due passi dietro c'era il pittore, egli voleva con tutto se stesso afferrare il "demonio" e distruggerlo assieme all'amico.
(pag. 58, 59, 60)
mercoledì, 16 maggio 2007
regin-niger regina nera
Da uomo, prese i panni a terra e li legò assieme. Saltò il primo masso, con la borsa a tracolla. Il fagotto di panni e tappeti e cianfrusaglie varie. Spostò tutto verso il muro, così i passanti entravano ed uscivano tra le sue cose: donnine di legno intagliato gravide, e quadri dalle combinazioni di villaggi con uomini verso l’immobile, stoffe come pelli di zebra a segnare l’ombra ed ancora il sole dipinto.
Da ragazzo sul primo masso, la via per il secondo, fino ad arrivare alla cima e dalla cima di quella miseria, tutto il marciapiede di terra e fango, un’ansa di sabbia e canoe frustate dal vento assieme a canne ed a tronchi per metà insabbiati.
Da bambino striscia sul litorale tirandosi dietro il “pesce”, metà uccello metà pesce, spirito del fiume niger, legato con una cordicella di buste di plastica intrecciate a corda. Immerge omuncoli di legno come insetti legati assieme a sciamare sulla superficie, li raggiunge in acqua fino al petto, li prende e li lancia sulla riva. Ritorna e li riprende. Li tiene assieme a fasci e li lancia, e questi galleggiano e si allontanano fino a fermarsi sulla murata di una canoa allineandosi ed attaccandosi ai legni nudi della barca.
![TIFF_P19[1]](http://files.splinder.com/135bbcf66608641fc29a9e68215206d1.jpeg)
sabato, 12 maggio 2007
C'era un bel tronco di tiglio, con la corteccia un poco scostata e sembrava che pendesse verso lei che le era vicino, ma finiva oltre la cornicetta. Poi una grossa ruota di un carro e le orecchie di un asino: una era su, l'altra era un poco in basso, sempre oltre la cornice. Un sole grande come un intero edificio, e la casa piccola piccola.
- Dov'è la mamma?
Era un puntino, quasi non si vedeva, era dietro il tronco di tiglio, e la casa era solo il comignolo, e un poco di fumo usciva fino a sopra il cielo.
E questo cos'è?
Era il naso dell'asino, era nero con due buchi bianchi con dei peli e sembrava un uccello posato su un masso grigio.
mercoledì, 09 maggio 2007
Avevano messo i sanpietrini come cornice e del bel marmo tutto attorno. Poi avevano dovuto risparmiare e fino alla discesa misero del cemento spazzolato. Terra battuta fino al cancello. Nel canale c'erano le rane che gracchiavano. Mangiarono un panino a testa, e tornarono nei campi. Grosse pietre erano posate attorno alla quercia. Prendevano pietre e le portavano sotto la grande quercia. Prendevano pietre e le portavano sotto la grande quercia. Prendevano pietre, e si chiamavano e dicevano che quella era la più grande. E dall'altra parte del campo il gatto saltò nella carriola e non si sa, questa si rivoltò facendo cadere tutta la pozzolana. E così si mise a correre verso la carriola, con una grossa pietra ancora in mano, e correva e correva, poi si accorse della pietra e si fermò. Lasciò la pietra e andò verso la carriola. Il gatto si rannicchiò e scattò verso le gambe e poi di corsa un cerchio e poi di corsa sempre più veloce, sempre più veloce, sempre più veloce. Saltò sull'albero e sparì oltre le foglie.
lunedì, 07 maggio 2007
Il selciato con la luna era facile ed ancora più sicuro che da giorno. Si tenevano per mano mentre camminavano ai bordi della strada per non muovere i sassi; erano sull'erba fresca e tagliata da poco. Si fermò e vide con il poco di luce i lacci delle scarpe, bianchi, erano così bianchi che si misero a ridere.
Camminando non potevano che vedere le stringhe e ridevano. Quando arrivarono all'albero che si erano promessi, si scambiarono le scarpe. E così lei stette con le scarpe in mano per un pò e poi le indossò. Girò attorno all'albero mentre lui tentava scalzo d'arrampicarsi. D'improvviso s'accese la luce della cucina. Da lontano videro il padre, e poi la madre, e poi la sorella grande. E poi il padre con la torcia.
(Passò i gradini e poi il tappeto e poi il portone, e poi si trovò davanti l'altare con i testimoni.)
venerdì, 04 maggio 2007
-Sono stata in riva, poi su per la salita, sono accaldata mi levo le scarpe.- Si slacciò le pesanti calzature, mentre le altre donne rimanevano in silenzio. -E' doloroso ma è meglio così, è nulla in confronto a quello che abbiamo passato.- Alludendo alla situazione, con il corpo ora eretto e il viso accaldato.
- Mi vado a sciacquare la faccia.- Così entrò nel bagno e si sentì l'acqua.
-Le unità di misura le lasciamo da parte.- La moglie del protagonista alzandosi e avvicinandosi come volesse stare da sola con la sorella, davanti all'uscio della porta del bagno.
- Sono curiosa, una curiosità che parla di interrogazioni, il tuo volto! Vediamolo ora e parlami dei tuoi dolori! Con che faccia poi, vieni qui su con mio marito, per recitare una parte. Mia cara, sono passati ventidue anni, non crederai mica di trovarmi smarrita e tremante solo per le pagliacciate, come ho già detto a tua figlia, che state inventando.
- Non trovo saggio zia, che assali così la mamma, neppure ascolti, continua con ironia se vuoi, ma di quella poi ti devi accontentare, se invece vuoi la verità, perchè non ti siedi e la lasci un poco in pace?
-Tua madre è sempre stata in pace, non è vero?
- Cara zia, credo che sia opportuno che il tono della tua voce cambi, perchè non vedo tutto questo tono, non lo vedo perchè non siamo in colpa di nulla e se anche la mamma lo fosse, esisto io. E visto che ci sono a questo mondo, pretendo che mi si rispetti, senza alludere a niente.
-Tu parli a proposito, è una questione di prima ancora che tu nascessi. La tua mamma ha avuto sempre un debole, insinuandosi con i suoi sorrisini e gli smarrimenti, con i suoi occhietti persi a fare la gatta morta. Fortuna vuole che non ha più l'età.
-Smettila zia, e tu non dici nulla?- Rivolta alla madre.
-Voglio sapere. Qual'è stato il tuo piacere nel vedermi qui? Sapevi e sapevi da sempre, anch'io sapevo o almeno non volevo.- Quasi distratta, poi con un lampo negli occhi. -Ma eccomi qui e allora è vero? Ma addirittura dire che è figlia di mio marito, mi sembra esagerato, i conti non tornano.
- Zia smettila, non ti permetto, non ti permetto.
-Anche per te c'è la parte anche tu sai come stanno le cose.- Rivolta alla nipote, poi voltandosi verso la sorella. -Un conto è una scopata, un conto è architettare tutto.
-Eleonora, non ho bisogno dei tuoi interventi. Comunque, -la madre si sedette su una sedia di legno, vicino al tavolo prendendo un pasticcino, -non esagerare, fatti passare la tua crisi e piantala di fare la triviale. Ho avuto una relazione con tuo marito, più profonda di quanto tu possa immaginare, non è stato facile, ma è finita ventidue anni fa, come hai detto. Non c'è altro da aggiungere, almeno che tu non voglia continuare apostrofando in modo tanto volgare da mancare di rispetto persino a te stessa.- Finì mangiando il pasticcino ricoperto di cioccolato, si pulì le mani con un tovagliolo, con delle iniziali incomprensibili sgualcite e tagliuzzate e si alzò per prendere dalla borsa un fazzoletto, dove con cura si pulì gli occhi dal rimmel che con il vento e il sudore e poi con l'acqua, si era allargato fino a quasi al sopracciglio.
-Ora, fai pure la tua toilette, con calma tanto per farmi scoppiare.
La ragazza non aveva mai visto la madre così, e neppure la zia aveva visto, così. Era stupefatta, sembrava a lei di non esserci, sembrava, pensava la ragazza, che fossero tornate due ragazzette litigare per un fidanzatino e sentì collera per tutte e due, quasi come nella sua assenza avessero costruito assieme, in complicità, un alfabeto a lei incomprensibile dove, dagli atteggiamenti, poteva capire nervosismo, paura, gelosia, sentimenti questi che non servivano, perchè nel suo intimo voleva capire, sentì che persino lei stessa, ora inconsciamente, era messa in discussione e i loro atteggiarsi era privo di comprensione. Era privo di un qualcosa che lei si aspettava, ma non sapeva cosa esattamente, ma l'atmosfera che si era creata non faceva altro che ridurre tutto a dei banali e superficiali atteggiamenti; dove le sorelle rimanevano senza voler essere veramente loro stesse, quasi come ne avessero l'impossibilità. Un qualcosa di estraneo, di invisibile a rompere quella diffidenza, che ella detestava in tutti i rapporti. Quell'egoismo la tormentava, detestava il loro atteggiamento.
(pag.255-256)
martedì, 01 maggio 2007
- Credo che si sia addormentato.- Disse la figlia del pittore al telefono. Appena pronunciò la parola "addormentato," il figlioletto alzando il capo e guardando i capelli scuri della madre ondeggiare e i suoi occhi che guardavano nel vuoto disse:
-No mamma, non dormo.
Il nonno sentì la voce del nipote e stette in ascolto per sentire se aggiungesse altro mentre la figlia parlava scusandosi di non essere venuta.
Il pittore non badando alle parole seccamente disse:
- Domanda a tuo figlio se vuole che continui.
Il figlio intanto, con gli occhi aperti, con il viso verso il volto della mamma, giocava con i bottoni girandoli nell'asola della camicia della madre che ora fermando la manina domandava:
- Il nonno ti ha chiesto se vuoi sentire la favola?
Il bambino assorto nei suoi pensieri, quasi non ascoltando voltato verso la cassettiera, indicando un cassetto disse:
- Ora sono grande, arrivo sino a lì.
- Mi ascolti? Il nonno ti ha chiesto se vuoi sentire la favola?
Il pittore, dopo una breve pausa che indicava qualcosa ma che egli non capiva, sentì di nuovo la figlia.
- Scusami papà, si è alzato... Dove vai scalzo?... Ti devo lasciare è scappato via.
(pag. 41)
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