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mercoledì, 27 giugno 2007
Se ne stava fermo a guardare quello che gli stavano facendo ed era terribile e non poteva far nulla. Vedeva gli occhi, gli occhi che imploravano, e questo era terribile. A pezzi lo facevano; era senza più forze, e lo guardava: Dio come parlavano i suoi occhi, chiedeva in questa vita d’essere aiutato, ma nulla l’uomo poteva fare, vedeva quello che gli facevano: gli strappavano le carni.
Era a trenta metri dalla riva, e la forte risacca non gli permetteva di “spiaggiare”, arrivava con il dinghy fino a dove poteva e cercava di mandarli via con urla e gesti delle braccia, ma era inutile. Fu così che tornò in barca e prese il fucile e si mise a sparare con proiettili 7.62 ed ad ogni colpo quelli scappavano, ma subito dopo ritornavano. E non riusciva nemmeno a centrare l’animale sopraffatto: il tender si muoveva con l’onda corta e profonda. E poi si mise a piangere, e urlava e non poteva far altro che guardare. E questo era un fatto.
(dal diario di bordo)
Mi dava la schiena e si voltava cercandomi con gli occhi. Eravamo io e lui, siamo io. Coraggio dicevo, ti prego, ti prego, ti prego morte ti prego. Vieni, vieni, vieni a prenderci.
domenica, 24 giugno 2007
Teneva il telefono acceso come una borsetta e giù andava per le scale e sapeva che lui sentiva, lei sapeva questo e poi per strada e lui poteva sentire il bracciale sul microfono e poi forte un motorino e sentiva lei dire: “Si certo…” e non capiva ma sentiva e questo a lui piaceva perché sapeva che lei era li e così era vicino e poi sentiva parlare di basilico e poi di nuovo per le scale e poi lei a bassa voce gli diceva che ora doveva entrare in casa.
Ed erano cose altre queste, e nulla altro si poteva dire: due verità tra le cose senza perdere e questo senza presenze e questo era tutto quello che contava. Tra tutte le cose era quello che contava e senza altro che stancava, niente solo niente, nulla. Ed è così che ritornava senza altro, senza altro che poteva finire o iniziare.
lunedì, 18 giugno 2007
Il saggista, l'amico della protagonista, seduto sulla sabbia iniziò a narrare l'ultimo periodo passato in compagnia della moglie, dopo essere venuto a conoscenza della malattia. La protagonista anch'ella si sedette, aveva le gambe in acqua e rivolto il viso al sole stette in ascolto.
- Ci trasferimmo in periferia, o meglio l'ospedale e il residence era fuori Parigi. Passavo poche ore solo. Mangiavamo insieme, la cucina era ottima, tutto il servizio era ottimo. Ti potrà sembrare strano visti i presupposti, ma l'ambiente non era opprimente. Molto è da considerarsi riguardo all'ambiente, discrezione ed energia furono i presupposti a che noi passassimo quegli ultimi tempi insieme senza sentire il peso degli sguardi, delle domande e delle infinite discussioni familiari. Fu una idea brillante quella di andare lontano. Fu giudicato male in famiglia, tanto che ancora adesso non parlo con i genitori di mia moglie. Ma questa è un'altra storia, e non è importante, almeno per ora. Scusa il prologo, ma era necessario. Era necessario per il mio stato d'animo, per chiarire a me, e azzerare il contachilometri delle sensazioni. Che, vivendole allora in uno stato di sogno, di confusione, (le prime ore vissute a Parigi) nel raccontartele possono sembrare stupide e infinitamente meno necessarie di quanto in seguito ti racconterò.
domenica, 17 giugno 2007
Una volta per più di trenta miglia un delfino ma non come delfino come punto interrogativo. Poco vento pochissimo se accendevo il motore lui andava via se mettevo in folle lui tornava se spegnevo il motore lui (penso che fosse una lei) tutto fuori a guardarmi dritto negli occhi. Un delfino vecchio con ferite cicatrizzate. Andavo a uno, due nodi e così lui si posava con la sua testona e metà del corpo sulla poppa. Ho avuto sempre timore dei delfini in acqua, non mi sono mai fidato per il fatto che tentano a voler tirarti fuori e ti possono fare male, con forza inconsapevole. Mi ha seguito fino in porto ed è entrato con me quando ormai era quasi buio; stando li fino all’alba. Era inverno.
mercoledì, 13 giugno 2007
Se ne stava seduto all’ombra, alzando il collo e guardando tutto quello che poteva sentire.
Sotto l’albero vecchie foglie gli scivolavano addosso e lui zoppo le odorava e si scostava muovendo la zampa posteriore, l’unica buona che gli era rimasta, l’altra era stata amputata. La recinzione metallica delimitava il campo, così gramigna al vento si attaccava alla rete.
Sul campo fresato, il trattore rullava il terreno e faceva con il vomere un solco lungo e profondo scalzando la terra dura e argillosa e andava fino in fondo, fino a dove finiva la proprietà, e poi tornava, e tornando, dietro una sottile polvere saliva, e un altro solco profondo si faceva. E fare si faceva con il vomere, ed il trattore girando, toccava la rete, e questa si scuoteva e sembrava un’onda di marea, che come a fare risacca finiva vicino all’albero dove stava il cane ed il padrone sopra la trattrice era pieno di polvere, aveva la faccia le braccia e tutte le spalle sporche di terra e gli scendeva dal cappello terra con i salti del trattore, cascate di terra fatta polvere e poi il padrone faceva un fischio ed il cane il suo cane alzava la testa per intendere.
domenica, 10 giugno 2007
Non aveva voglia di stare seduta.
– “Hai visto dall’altra parte i cani?”- Oltre il giardino dopo lo steccato, l’ombra netta. Il gatto saltò sull’erba alta e la donna disse:
- “C’è qualcosa in te che non capisco.”-
La striscia verde e gialla e poi verde intenso dopo lo steccato e, sopra un ramo tagliato, un altro gatto.
-“E’ tornato il gattaccio. Forse torno indietro… dico… vado a prendere le bambine e torno indietro. No, è meglio di no… rimango qui”.
Sul vetro un ragno. Una rondine volò bassa.
- “Pioverà. Piove sempre quando ci sono le rondini basse, è per la pressione atmosferica… Ma mi stai a sentire?… Il muro si sta screpolando tutto, è l’acqua.”
La gatta sentiva ma non aveva voglia d’uscire. Finiva sempre allo stesso posto. E dall’altra parte del giardino c’erano i cani. Saltò sulla sedia del tavolo e si mise sotto la tovaglia, era stanca dall’allattare. Sarebbe andata dalle “bambine” quando il sole fosse giunto al di là del faggio, scivolando bassa contro il muro.
mercoledì, 06 giugno 2007

(dal diario di bordo)
Il sole cento volte, lucido, opaco bianco, schizza sui ferri. Con una lente fatta bussola parla alla ruota del timone, salta sulle lande, infastidisce boccaporti, asciuga l’albero, scuote l’antenna, muove le lamiere, specchia il mare sullo scafo.
Era uscito dal tambuccio tenendosi ai corrimani “tientibene,” per non essere sballottato dalla risacca di marea. Prima di salire in coperta aveva scritto nel diario di bordo, come era solito, “Frenare, ritornare al buio è per me impossibile. E’ li, so che ora è li: l’isola è “arrivata” è solo da salire in coperta, devo fare due capriole e un respiro forte.”
L’isola, era “arrivata” in piena notte. Il marinaio navigava da trantacinque giorni in solitario.
Nel suo alter ego, il diario di bordo, aveva riportato l’orario di arrivo: “una e tredici minuti, sono qua” al margine un disegno dell’ insenatura ricopiata dal plotter cartografico a decalcomania.
Nel suo diario di bordo, arrivi, partenze, ed incontri in alto mare: “nave cargo.”
- “Nave cargo, nave cargo qui è una imbarcazione a vela, tre miglia alla vostra dritta mi sentite?... Nave cargo alla vostra dritta qui tre miglia una barca a vela../
- Si imbarcazione a vela vi sentiamo… come va?/...
- Bene, bene, è un piacere sentire/…
- Siete solo? Navigate da solo? La vostra barca è piccola/…
- Cosa trasportate? mi piacerebbe sapere cosa trasportate/…
- Grano, grano per fare pane. Ma siete solo?/...
domenica, 03 giugno 2007
- Mi sembra imbecille fermarsi a voler concretizzare, a ripiegare un colore, a spiegare un riflesso. Ciò che serve va preso, ciò che crea va preso, ciò che sono è tutta un'altra faccenda. Sentimento religioso... mi dirai con i tuoi occhi stralunati, "può darsi"... proiezione inconscia... E' meglio quest'ultima che morire di menzogna. Ho capito, compreso, vogliamo diminuirci davanti all'ignoto, vuoi prendere per mano l'inspiegabile... l'inspiegabile è il dolore. Ciò che è inspiegabile, umano e divino allo stesso tempo, il resto sono storielle per signorine... Una frase chiave mi è rimasta in mente, lo stesso motivo, il dirigere il tuo parlato figurato... senza giudizi; ma sono un artista come lo sei tu, e prima di questo mi vanto d'essere un uomo... Roberto sono un uomo di ottant’anni. E questo è la sola spiegazione... tutto il resto... non ci si sveglia una mattina volendo divenire un artista, si desidera essere un uomo, e dietro a questa parola ci sono molte cose, di nuovo non c'e' nulla, il segreto non esiste, non c'e' nessun segreto, nessuna anima concreta, capiscimi, non si separa un uomo mai.... dalla sua anima, non si separa mai… Muli e cavalli sdraiati morti, distesi ai bordi della strada, con le interiora putride. Il fetore intenso, che apre a sciami di mosche, vespe, cani, e oltre, alzando gli occhi, era l'unica cosa da fare, vedevi i corvi che posati a stormi sui rami bassi scendevano planando sui cadaveri. Con in mano una tela e nell'altra un cesto, per più di cinque chilometri ogni genere d'animale, uomini uccisi e lasciati appesi. Alla fine tutto faceva parte della scena. Ti giravi indietro e avevi la sensazione di essere seguito, cammini... camminavo al centro della strada bianca, e ovunque ogni venti, trenta metri qualcosa di morto. Tutto finito, ma non completamente. Un panorama onirico. Madido di sudore, lentamente salivo sugli alberi, all'ombra e tornavo sulla stradina dopo essere stato certo che nessuno era nei paraggi, altri cinquecento metri e finalmente una fontana, mi sciacquo la faccia e puzza anche quella. La realtà non è fatta da fantasie, ma la fantasia è qualcosa che ti può salvare dalla follia della vita. Che razza di vita è questa? Ti dici e vai avanti, cammini per uscire da questo schifo, e più vai avanti e più morti, troppi, con i cani che ti vengono incontro con la coda ritta e tu con le pietre li allontani. Tutto qui! Ecco è per questo che sono un artista. Che tu ci creda o meno non me ne frega un cavolo... Questo mondo non lo conosco, hanno fatto a pezzi ogni cosa, guardati attorno... distruzione e volgarità...arroganza e ignoranza... Non c'e' nessun paese al mondo, dove l'arte è così presente, ed è il peggior posto per un artista vero. Vivo in uno stato dove l'arte è la volgarità del vuoto, dove il comunismo è riuscito a distruggere più che altrove l'arte. Hanno creato il terrore e la menzogna irrazionale. Ora mettersi in fila, e iniziare tutto da capo, quanta schifezza, prima con i fascisti... adesso con quel che rimane dell'idiozia comunista, mascalzoni, farabutti... Hanno preso per il culo tutti i lavoratori, e schiacciato l'arte. Guarda il cinema in Italia... in mano a burocrati di partito... Questa è stata la mia vita, cinquant’anni percorsi con carogne d'ogni genere, e cani che ti inseguono con la coda dritta... Pazzia... questa è follia... cosa c'e' di più folle di questa realtà. E mi chiamano simbolista. Questi non sono degni di pulire il culo. -
Indossò una camicia colorata con disegni geometrici, mentre parlava, voltandosi a destra e a sinistra come avesse timore d'essere ascoltato, diminuendo la voce e parlando quasi sotto voce e con amarezza stendeva la gamba come stendeva il modo di parlare. Posò la schiena curvandola, poi una pausa lunga. Guardò il cielo voltandosi verso il monte e in quella posizione, con il viso in alto riprese a parlare.
(pag. 53)
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