aeroporto

   nessuno conosce ulisse


venerdì, 27 luglio 2007
 

Isola Ko Rawi Andamane

 

(In acqua )

   Era in acqua e a nuoto andava verso la riva con una mano attaccata alla rete del canotto. E questo con il vento scivolava veloce sul mare tirandolo come una vela. Il vento entrava a tratti nella baia  scurendo il mare e piccole ondine tra la bocca ed il naso; i capelli immersi e le ciglia. Sentiva la cordicella libera del “dinghy” in acqua tra le gambe, e gentile  si muoveva vicino al petto. D’improvviso come un sogno un’aguglia imperiale si insinuò sotto il gommone, strofinando il suo corpo argenteo peloso d’ossigeno ed infinite bollicine tra le pareti del gommone scivolarono in superficie e lei, l’aguglia ad inseguirle, poi con un guizzo come un fuso verso il largo.

 “Un’esca viva,” pensò d’essere solo una esca viva, ed a mente riportò questi versi:

 

e  l'acqua delle esche vive che ci accompagna per tutto il ponte.” (1)

 

- Cos’ è?...

- Chi cosa è?

- E’  l’aguglia, ti ricordi? Ti ricordi com’ era bella.

- Dove?

- Qui! Qui sotto proprio qui sotto, sotto il gommone.

- La vedo, eccola, ma va via.

 

 

 

“il poeta del principio, maschio

che dosa polvere per le colline e

per le gite in barca la domenica, 

crede di poter dire che il bene dei giorni di festa

non ci abbia mai riguardati,

nè il  camaleonticato tramonto dentro la barca

di tutto quello che scriviamo 

nella luce della sala del freddo, nella tenuità più lunga della piega preferita” (2)

        

        (1) e (2)  ( versi di Paola Lovisolo)

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lunedì, 23 luglio 2007
 

La protagonista e l'amico saggista

  Sdraiati su comode sdraio, imbottite e trapuntate con discreti disegni che ornavano i bordi della stoffa, l'amico, guardando le proprie mani, con il busto e il collo in equilibrio verso la pro­tagonista, in modo delicato e accorto, quasi timido, aspettò la protagonista parlare.

Il silenzio era rotto solo dal rumore dei piatti che camerieri alle spalle spostavano; dal vento, che muovendo una bandiera le­gata ad un’asta di legno scuro sbatteva; e da alcuni bambini che scavavano la sabbia sul litorale.

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mercoledì, 18 luglio 2007
 

A letto con lo stregone

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Era sdraiata a letto, lui afferrò l’orologio e la camicia:

 

- Esorcismi. Non ti azzardare a bruciare prima del tempo.

- Perché mi dici questo? – Alzandosi un poco dal letto e coprendosi con il lenzuolo.

-Ti ho visto come mi guardi, e so che parte di te è pronta a scrutare malefici.

- No, ti sbagli sono solo tuoi fantasmi.

- Fantasmi un cavolo.- Sedendosi al bordo del letto.

- Hai questa mania di scaraventare la mia anima via da me, e rendermi invisibile, sapevo prima ancora che tu nascessi che ora qui, ti avrei presa.

- Bene. Così allora mi hai presa.

- Non ho tempo per questi giochetti, so fissare quadri alle pareti senza cornice ed ora, chiami amore, la paura di vedermi, sono qua e non puoi nulla. Quanto ti devo?

- Ti danno fastidio i ritagli che faccio su di te? Io ti porto via dal mondo e ti tengo dentro come puoi dirmi che sono pronta a scrutare malefici? Non capisci, non capisci.

- Ho la netta sensazione, e bada parlo di SENSAZIONE, che mi fai camminare, parlo della mia anima, ho questa sensazione ripeto che stai per collocarmi in vari soprammobili, che tu peraltro detesti. So che detesti soprammobili hai capito?

- No, no, non è così, io ti amo e tu sai che ti amo.

- Appunto.

- Non vuoi che io ti ami? Come posso non amarti?

Ora mentre  si abbottonava la camicia:

- Leggero mi vuoi leggero? Mi vuoi ovunque è solo per questo che mi annulli, mi vuoi ovunque, non è così?

- Si, credo di si.

- E allora è bene che tu sappia che posso entrare nella tua infanzia, ero già te prima che tu nascessi ricordatelo, ma poi io rimetto tutto a posto, ricordati che io ti rispetto ricordati questo. Ti lascio trecento euro, tanto sei valsa questa notte.

- Allora vai via?

- No, ti lascio il mio odore, portalo tutto il giorno e vai a comprarti un vestito leggero ho voglia di un vestito leggero.

(nella foto  Isola nell'isola: Indiano con vassoio di pelargonium macranta)

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venerdì, 13 luglio 2007
 

Il colore

Il pittore dormiva nel buio completo: meticolosamente, come in un rito, abbassava le serrande, nella casa al mare le persiane e le tende, poi la porta e per ultimo si copriva gli occhi con una benda nera. Entrava cosi` in una oscurità consapevole e piena. La benda nera era stata la "protesi" dopo la morte della moglie; si lasciava cullare. Il buio, l'assoluto sprofondare in se stesso, gli avevano fatto dire: "Non riesco piu` a dormire se non finisco un quadro... spero di non morire prima di riuscire a finire tutti i quadri pensati quest'anno." Era nel silenzio, nel buio che, dal profondo, egli prendeva le file del gomitolo della vita srotolato e, quasi come tirando a se` il filo, poteva vedere dentro se` un passato profondo. Le immagini erano sorrisi, ricordi, intrecci veri e inventati, tutto fino al silenzio. Nel silenzio un moto pieno di energia che, salendo lo "costringeva" al lavoro del giorno dopo. E al mattino schizzava come un grillo, come egli vo­lesse urlare a se stesso, nei primi minuti ancora al buio, seduto con la benda negli occhi "al lavoro". Si teneva tutto, sentendo la tensione salirgli, sentendo di volersi strappare la benda da­gli occhi, poi con calma pensava alla moglie, si levava lentamen­te la benda e, con dolore nell'anima, preparava le cose per il giorno di lavoro: i panini, i biscotti all'anice, il caffe` chiu­so nel termos, il the' per la colazione, tutto lentamente. Poi continuava pienamente ancora con il ricordo della moglie nei pre­parativi della pittura. Un critico aveva detto di lui: "nei tempi di inflazione, bisognerebbe vietare ad alcuni pittori di dipinge­re, loro, come una zecca, non fanno altro che mettere in circola­zione opere come assegni dai numeri lunghi, incomprensibili e ir­raggiungibili." Il pittore dipingeva della morte, egli era at­tratto dalle voci inconfondibili di essa, i suoi quadri, dal co­sto vertiginoso, erano in realtà raggiungibili e comprensibili. Ora mentre guardava il quadro ultimato, seguiva con il collo e con il corpo il tratto del pennello, come un direttore d'orche­stra con il corpo sente la musica. Seguiva nel quadro il cerchio che dei bambini, tenendosi per mano, costruivano, come stessero giocando al "giro giro tondo." E nello stesso tempo egli pensava come si era immaginato giorni prima il quadro: era al buio nella stanza da letto; sentiva i tram entrare nei capannoni per la notte; sen­tiva un vociare e poi delle urla; vedeva dall'abbaino la luna con un alone chiaro, un cerchio di ghiaccio diafano che, riflettendo­si su un punto della stanza, su una scultura metallica che aveva avuto in regalo, illuminava un piccolo punto del letto vuoto, do­ve una coperta era ai piedi. Egli chiuse l'abbaino e il motore elettrico scattando scorreva sul letto come una coperta ed egli prendendo la benda dal comodino vide la luna spezzarsi, divenire mezza e poi spegnersi completamente. In quel momento, con la ben­da a meta` degli occhi e la luna spegnersi come in una eclissi, sentendosi come precipitare in un abisso, un sentirsi spegnere e calare profondamente sentendo tutto il peso del corpo, quasi come un volersi separare dal proprio stato d'animo immagino` il quadro e lo volle dello stesso colore della luna, degli stessi riflessi della scultura e lo dipinse con il sentimento di smarrimento. E­gli si sentiva smarrito e piano una forte e piena corrente, come una marea, avanzava scavando un cerchio. All'interno di esso egli si immaginava stordito da dei bambini cantare e saltare ed era felice e i bambini cantavano come impazziti e lui felice li a­scoltava tutto preso teneramente.

 

(pag 32-33)

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lunedì, 09 luglio 2007
 

Casa-Studio

 

Aprire ad altro, si chiedeva. E dopo essere entrati, sapeva che indietro non avrebbe potuto andare.

 

A casa ci si poteva distruggere a vicenda semplicemente rimanendo in silenzio. Lui era a fianco al cane e lo accarezzava.

-Scusa dimmi…

-No, ero sopra pensiero.

Quale menzogna… pensava.  Il cane chiuse la bocca e si voltò guardandolo negli occhi con fare interrogativo poi verso l’uscita della stanza.

- Porto il cane fuori.

E fuori per strada non aveva neppure il coraggio di chiamare il cane. E sentire così la sua voce.

Camminava ora per il controviale seguendo il cane e così entrò nel portone dello studio,  salì le scale e aprì la porta. Doveva solo dire alla moglie che non gli importava del sesso non voleva il sesso, e invece ci si torturava cercando e cercando ma non c’erano più immagini. Tutte erano vuote e dinanzi a lui c’era solo dietro di lui.

Ed ora la vita era altro, non importava neppure cosa era stata e come era stata. Poi gli sembrò di capire.

Il cane era davanti la porta  del ripostiglio chiusa, voleva entrare ed andare dove  c’era la cuccia.

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giovedì, 05 luglio 2007
 

Una pentola di vetro

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  Non le andava di finirla qua. Era stata tutta la vita e ora non le andava. Era stata,  ma come era ora non era giusto. E per essere finita…, sì, sapeva che a quarant’anni era finita, ma ogni goccia di sangue non era solo un addio, era la forza a mancare.  Sono alta  1.73 e peso 65 chili,  sono alta 1.73 e peso sessantacinque chili, così scriveva.  E quando giovane di notte faceva l’amore nel negozio tra i vestiti appesi e sentiva tutto voltarsi al buio con le stampelle oscillare ed ora, “mamma mi dai i soldi?”  il figlio ora  chiedeva e lei diceva: “ ma portami quattro euro, il resto.” Non è bene lasciare i soldi in tasca ad un bambino, pensava. E lei ora, cosa era ora? No non gli andava che tutto potesse finire.

- Cerchi di tenere i gatti fuori dal mio giardino.

- Come scusi?

- Ha capito, lei deve tenere i gatti fuori dal mio giardino.

- Ma che sta dicendo?

- Dico che mi ammazzano tutte le mie lucertole ecco che dico, e non voglio che mi ammazzino le mie lucertoline.

- Ma signora, non so che farci, capisco ma…

-No, lei non capisce, lei non vuole capire.

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domenica, 01 luglio 2007
 

Isola Ko Rawi Andamane

(Lo sbarco)

 

 

Con una camera d’aria di camion, s’era fatto un dinghy, un piccolo canotto. Ora gonfiava il suo tender, e si preparava per lo sbarco.   

 

“Ogni cosa ha dentro cento cose. Ho gonfiato “Boby” il mio fido dinghy ed è stato come trovare un abbaglio nero. Questa camera d’aria vaneggiata, folle ritrovo. Tutto è lucido nella mia mente.

 Qui c’è l’isola, qui ci sono i -Chao Leh- zingari del mare, voglio conoscere la loro morte. La mia farsa è qui, so che è qui!”

 

Mentre gonfiava il gommone auto costruito, aveva in mente il racconto di Lev Tolstoj, -La morte di Ivan Il’ic-  dove il protagonista, prossimo alla morte  sentiva d’essere spinto in un tubo nero, molle, un tunnel dove vedeva in fondo luce, e mentre moriva pronunciò la frase: “lasciatemi passare”.  Ivan Il’ic, il canotto, la sabbia, l’azzurro del mare, il nero molle lucido canotto che si scaldava velocemente al sole, lo scuotersi improvviso della barca per la tensione della catena, le voci incomprensibili umane che provenivano oltre il litorale. Tutto ora questo metteva fretta di scendere a terra ma varie erano le suggestioni: il colore e la consistenza della camera d’aria, l’uscire dalla penombra del sotto coperta e trovarsi accecato dal bagliore dell’insenatura, la solitudine della lunga navigazione, l’essere a schiena curva e rialzarsi  sentendo tutto il torpore delle spalle, delle braccia, di ogni singolo muscolo di queste. La vista, il vedere la spiaggia con le piccole casette di paglia intrecciata su palafitte e vicino panni stesi. Scorgere una ridicola gallina, una gallina razzolare sul bagno asciuga accelerare e fermarsi per mangiare forse qualche gamberetto rimasto con la marea. E ancora  vedere la gallina inseguire un gabbiano nell’addomesticata corsa senza paura,  per far prima; come prima” si diceva, “prima da dove? Partendo da dove”.  Lasciò la camera d’aria legata con una cordicella, cadere in acqua, e dietro si tuffò da prora in acqua, “ecco fatto” pensò e poi ancora,

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