In questo romanzo, ed in special modo nelle prime pagine lascio il lettore solo, nel senso che non solo non do informazioni sui personaggi ma ometto tutto ciò che potrebbe rassicurarlo. Sono enfatico e teatrale nei dialoghi tanto da disorientare chi legge, per contro sono “nevroticamente” presente in alcune rappresentazioni.
E’ un romanzo sull’inquietudine, sulla nevrosi, e sulla falsità. I personaggi alcuni patetici, altri insopportabili, altri meschini, sono la rappresentazione di una società così tanto sopravvalutata, malata, priva di quella minima moralità che è l’a,b,c, della civiltà.
La moglie del figlio del protagonista, pur essendo una contadina, piu` giovane del marito di dieci anni, aveva la licenza liceale, e da quando aveva quattordici anni, nel pomeriggio, lavorava nella tenuta. Il figlio del protagonista, non aveva badato a lei, fino a quando, un giorno la vide molto presto frugare in ufficio.
Pare che -bisogna- essere puntuali. Dico solo che scandire e scrivere negli spazi, non è roba per me.
Non invado le corsie altrui. Sono poco adatto all’ideologia del commissario, alla precisione (dilettante) del giornale. Il rapporto sulla situazione mi annoia, la mera psicologia del personaggio è, se pur voce, una farsa da adolescente. Che ognuno si dipinga pure; in fondo, è affar vostro, ciò che non comprendo è il coro.
E qui si apre la commedia, inizia l’incantesimo dei mille personaggi. Tenere a freno il “vulcano” ha mille modi d’esposizione, ma tutti sono uguali nella stessa misura. Che le immagini se ne ritornino pure da dove son venute.