Thomas Mann inizia i Buddenbrook con la frase: “Come si dice?... Come… Si dice…”
Goethe nel Viaggio in Italia (Napoli, 17 marzo) scrive: “ Se mi propongo di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi: della terra feconda, del mare immenso, delle isole vaporose, del vulcano fumante; e per rappresentare tutto ciò mi mancano gli strumenti adatti”.
Tolstoj ci racconta, “ci dice” del suo modo sgrammaticato di scrivere, dell’importanza del salvifico Gogol’ per il suo stile, per la sua Voce.
Nikolaj Gogol’ in Italia scrive il romanzo -Le anime morte-. Il “poeta”, professore Andrei Sinjavskij dissidente russo con lo pseudonimo Abram Terez, pubblica in Francia (1974) il saggio V ten Gogolja, (nell’ombra di Gogol). Così nel Gulag, in questo “arcipelago di dannati,” scrive alla moglie “lettere”: “Gogol’ avvolse
La critica russa ignora il periodo italiano di Gogol’, sembra fredda, resiste all’idea di un Gogol’ ”Italiano.”
“Gogol avvolse
L’immagine-parola fissazione in forma conchiusa. Non vi è traduzione di Verità, se questa non rispecchia canone: Costantinopoli-Gerusalemme, l’icona-parola.
Un serpente giace morto nei pressi dell’entrata delle serre, lì coltivo piante d’appartamento. E’ un grosso serpente, un bellissimo aspide di circa un metro. Lo guardo meglio e vedo dei morsi, penso che sia stato il mio cane Billy. Lo sposto e lo porto in mezzo ad un prato lì adiacente per farlo mangiare dai corvi o da altri animali soliti a questo. Racconto l’episodio ad un mio lavorante indiano di religione Induista e lui mi prega vivamente di seppellire il serpente. Gli spiego che voglio lasciarlo come cibo per gli animali selvatici, lui insiste e si preoccupa, dice che non è possibile che deve essere seppellito. “E’ pericoloso per l’acqua e per l’aria” dice, cerco di capire meglio ma lui vuole andar subito a seppellire il serpente.
Ecco il mito del Basilisco mi dico, ecco il “Sé,” in una bella “immagine.” Ecco questa è capacità di conchiudere, portare in Sé. Ecco il vero Re dei serpenti: Basilisco.
Gogol’ in Italia così scrive:
“Nel portone di un albergo della città di N., capoluogo di governatorato, entrò un calessino non grande, abbastanza decoroso, molleggiato, sul tipo di quelli in cui viaggiano gli scapoli, i proprietari di un centinaio di anime di contadini, in una parola, tutti coloro che sono detti signori di mezza tacca.”
