aeroporto

   nessuno conosce ulisse


sabato, 16 maggio 2009
 

(Isole. Questa isola è un isola di pietra, un labirinto.)

Un arco tra punte infuocate come tizzoni che ardono, e spenti nella mitologia solo per un sogno, né pace né inquietudine, solo distanze planetarie come silenzi, e al risveglio il cuore trafit­to, e fuggire oltre il mare dimenticando chi siamo e perché, Pa­dre.

 

 Il marito guardò oltre la finestra: tutto era buio, fuori in giardino solo un lumicino rischiarava un cespuglio d'alloro. E mentre ripeteva a mente ciò che aveva scritto, si ricordò di quando piantò l'albero d'alloro, con la terra fresca e scura por­tata dai monti, recintata con legni di quercia e chiusa, per far sì che la salsedine non bruciasse la pianta giovane, da canne di bambù intrecciate. Si ricordò pure, in coincidenza con quello che pensava, di tanto tempo addietro, quando con una barchetta di legno, poco più di dieci piedi, con un motorino a miscela, si era allontanato per pescare dei pesci saporiti e guizzanti, quan­do si catturano, che vengono chiamati "pettini". Dato che non a­veva preso nulla per tutta la mezza giornata e si era spinto fino al promontorio, decise d'arrivare alla spiaggetta, per farsi il bagno in solitudine. La spiaggetta era assolata e a ridosso della corrente di ponente: aveva una stretta insenatura, giusta per la barchetta, e subito un largo, dove scogli affioranti facevano da attracco. Legò con la cima di prora la lancia e alzò il motore, per evitare che a riva i ciottoli grossi come noci di cocco, ma bianchissimi come la neve, potessero rompere l'elica del motori­no. Si spogliò della maglietta e del costume, e nudo, con atten­zione si lasciò scivolare in acqua. Era una bella giornata di so­le, e a ridosso del vento il caldo era forte e spesso, come si dice "si faceva sentire", così entrando nell'acqua trasparente e quasi fredda per la corrente, provò dapprima sollievo, poi quasi freddo, ma quest'ultimo piacevole. A nuoto passò il canale dell'insenatura e si fece una bella nuotata al largo. Quando fu di ritorno si sdraiò sul litorale della spiaggetta, che aveva so­lo un pezzo minuscolo di sabbia, grande come un asciugamano da bagno, fatto apposta, sembrava, per prendere il sole rilassando­si. E mentre egli si asciugava ritornava il caldo, e non riuscen­do a stare fermo, un po' per il caldo, un po' perché era insoddi­sfatto della pesca, prese a raccogliere massi di pietra e ad ac­catastarli vicino alla barca. Aveva intenzione di portare quelle pietre, rotonde e lisciate dal mare, a casa. Voleva servirsene come contenimento per le aiuole del giardino. Appunto giorni pri­ma era arrivato un camion con della terra buona e l'aveva ammuc­chiata in un angolo aspettando che arrivassero delle pietre dalla cava per la recinzione. Erano passati giorni, e le pietre per un disguido, per la rottura del cambio del camion, non erano arriva­te, tanto che il cumulo di terra nera era diventato verde dall'erba cresciuta.

Fatta una catasta di pietre alta fino al suo bacino, stanco si sedette su una pietra comoda dentro l'acqua, si riposò e vide i piccoli gamberi, incuriositi dal bianco dei suoi piedi, venirlo a pizzicare, forse per mangiare qualche pezzetto di pelle vecchia e screpolata. Una piccola cerniola, scura, grande come un dito, si muoveva tra i massi bianchi, e un’occhiatina, con la sua coda cintata di blu violaceo, quasi tra i piedi, si avvicinava a scat­ti alla cernia neonata. Quando fu abbastanza riposato, iniziò a caricare i massi sulla barchetta, prima però sciolse la cima di prora e portò a riva il più possibile la lancia. Al centro, sul fondo della barca, mise i massi più grossi, poi cercò di mettere in bell'ordine gli altri, fino in modo che egli ritenne prudente cari­care. La barca scese parecchio giù, e sembrava piantata sul fon­do: infatti, fece fatica a disincagliarla e a riportarla, legando­la, verso lo scoglio affiorante al centro della piccola baia. Fatto questo se ne tornò a riva "sull'asciugamano di sabbia" e si distese al sole. Quasi si addormentò un poco dalla stanchezza, un poco per essere contento di aver preso delle pietre così belle per il giardino. E mentre a faccia in su iniziava a fantasticare di poter venire quasi tutti i giorni a prender pietre fino a quando non ce ne sarebbero state abbastanza, gli venne in mente che doveva lavare bene tutti i massi con l'acqua dolce, altrimen­ti, pensò, la salsedine avrebbe potuto rovinare le piante che a­veva in mente di piantare. E così nel dormiveglia s'immaginò del­le bugavinlee rosse, e bianche, che con la fantasia erano divenu­te così grandi da poter recintare tutta la casa.  Ai ficus si destò che quasi era in un giardino tropicale, e guardandosi at­torno un po' assetato fece colazione. Nel sacco di tela aveva del pane fresco, avvolto con del cellofan, che era diventato un po' mollo, aveva dei pomodori, e in una bottiglietta piccola di li­quore aveva messo dell'olio. Si fece un panino con i pomodori e, benché avesse portato pure il sale in una vecchia tabacchiera che era appartenuta a suo nonno, raccolse da alcune pietre vicino a lui un po' di sale marino e condì la colazione. In una borraccia militare d'alluminio, foderata da tela verde e legata con una cordicella per intingerla in mare, in modo che la tela, bagnando­si, al sole potesse evaporare e, nel saputo principio fisico, raffreddare il contenuto, c'era del vino bianco leggero, e be­vendo direttamente dalla borraccia sentiva il profumo del mare che evaporando esalava; così a lui piaceva bere il vino di isola, infatti, il vino veniva dall'isola di Ischia. Finito di fare cola­zione, raccolse delle lumache di mare che in quel posto erano tantissime, e si ripromise di mangiarle a sera con un sugo di po­modoro. Fatto ciò, decise di ritornare. S'era fatto pomeriggio, e il maestrale, appena oltrepassò il ridosso della caletta, faceva passare gli spruzzi d'acqua oltre la prua della piccola imbarca­zione, così da bagnare il volto e la maglietta del protagonista. A metà tragitto il motorino si fermò e non ne volle sapere di ri­partire, così egli dovette remare per tutto il giorno rimanente, e solo a sera inoltrata arrivò dinanzi al litorale di casa. Es­sendo venuto al mare da solo, nessuno sapeva dove egli fosse, e così, sapendo questo, doveva contare solo sulle sue forze. Altre volte, quando questo era successo, egli si era ancorato, mentre aspettava gli aiuti aveva pescato, poi arrivavano a prenderlo, e ogni volta gli dicevano di cambiare il vecchio motore e di com­prarne uno nuovo. Questa volta maledì parecchie volte se stesso per non aver mai seguito il consiglio, si maledì quando dovette spostare il carico di pietre, non volendole assolutamente gettare in acqua, a costo, e questo era quasi successo più di una volta, di ribaltarsi con la barca. Dovette spostarle metà a poppa e l'altra metà verso prora, più vicino possibile agli scalmi dei remi. Quando arrivò a riva era esausto, le mani s'erano prima piagate, poi si erano rotte e sanguinavano. Era sua intenzione di arenare la barca e andare a letto, ma così pesante la barca non si spostava, affondava nella sabbia e lì rimaneva. Dovette levare tutto il carico di pietre e le mani perdevano sangue, così, quan­do tornò la mattina con un uomo per farsi aiutare a portare le pietre in casa, erano posate sulla sabbia a casaccio, quasi sem­bravano delle enormi uova di tartaruga, ma erano tutte coperte da macchie marrone: erano macchie di sangue, il sangue che egli ave­va perso dalle mani piagate per il troppo remare. Ma sembrava che le pietre avessero loro stesso sanguinato, così stranamente di­sposte, lanciate con forza rabbiosa durante la notte.

 

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