Un arco tra punte infuocate come tizzoni che ardono, e spenti nella mitologia solo per un sogno, né pace né inquietudine, solo distanze planetarie come silenzi, e al risveglio il cuore trafitto, e fuggire oltre il mare dimenticando chi siamo e perché, Padre.
Fatta una catasta di pietre alta fino al suo bacino, stanco si sedette su una pietra comoda dentro l'acqua, si riposò e vide i piccoli gamberi, incuriositi dal bianco dei suoi piedi, venirlo a pizzicare, forse per mangiare qualche pezzetto di pelle vecchia e screpolata. Una piccola cerniola, scura, grande come un dito, si muoveva tra i massi bianchi, e un’occhiatina, con la sua coda cintata di blu violaceo, quasi tra i piedi, si avvicinava a scatti alla cernia neonata. Quando fu abbastanza riposato, iniziò a caricare i massi sulla barchetta, prima però sciolse la cima di prora e portò a riva il più possibile la lancia. Al centro, sul fondo della barca, mise i massi più grossi, poi cercò di mettere in bell'ordine gli altri, fino in modo che egli ritenne prudente caricare. La barca scese parecchio giù, e sembrava piantata sul fondo: infatti, fece fatica a disincagliarla e a riportarla, legandola, verso lo scoglio affiorante al centro della piccola baia. Fatto questo se ne tornò a riva "sull'asciugamano di sabbia" e si distese al sole. Quasi si addormentò un poco dalla stanchezza, un poco per essere contento di aver preso delle pietre così belle per il giardino. E mentre a faccia in su iniziava a fantasticare di poter venire quasi tutti i giorni a prender pietre fino a quando non ce ne sarebbero state abbastanza, gli venne in mente che doveva lavare bene tutti i massi con l'acqua dolce, altrimenti, pensò, la salsedine avrebbe potuto rovinare le piante che aveva in mente di piantare. E così nel dormiveglia s'immaginò delle bugavinlee rosse, e bianche, che con la fantasia erano divenute così grandi da poter recintare tutta la casa. Ai ficus si destò che quasi era in un giardino tropicale, e guardandosi attorno un po' assetato fece colazione. Nel sacco di tela aveva del pane fresco, avvolto con del cellofan, che era diventato un po' mollo, aveva dei pomodori, e in una bottiglietta piccola di liquore aveva messo dell'olio. Si fece un panino con i pomodori e, benché avesse portato pure il sale in una vecchia tabacchiera che era appartenuta a suo nonno, raccolse da alcune pietre vicino a lui un po' di sale marino e condì la colazione. In una borraccia militare d'alluminio, foderata da tela verde e legata con una cordicella per intingerla in mare, in modo che la tela, bagnandosi, al sole potesse evaporare e, nel saputo principio fisico, raffreddare il contenuto, c'era del vino bianco leggero, e bevendo direttamente dalla borraccia sentiva il profumo del mare che evaporando esalava; così a lui piaceva bere il vino di isola, infatti, il vino veniva dall'isola di Ischia. Finito di fare colazione, raccolse delle lumache di mare che in quel posto erano tantissime, e si ripromise di mangiarle a sera con un sugo di pomodoro. Fatto ciò, decise di ritornare. S'era fatto pomeriggio, e il maestrale, appena oltrepassò il ridosso della caletta, faceva passare gli spruzzi d'acqua oltre la prua della piccola imbarcazione, così da bagnare il volto e la maglietta del protagonista. A metà tragitto il motorino si fermò e non ne volle sapere di ripartire, così egli dovette remare per tutto il giorno rimanente, e solo a sera inoltrata arrivò dinanzi al litorale di casa. Essendo venuto al mare da solo, nessuno sapeva dove egli fosse, e così, sapendo questo, doveva contare solo sulle sue forze. Altre volte, quando questo era successo, egli si era ancorato, mentre aspettava gli aiuti aveva pescato, poi arrivavano a prenderlo, e ogni volta gli dicevano di cambiare il vecchio motore e di comprarne uno nuovo. Questa volta maledì parecchie volte se stesso per non aver mai seguito il consiglio, si maledì quando dovette spostare il carico di pietre, non volendole assolutamente gettare in acqua, a costo, e questo era quasi successo più di una volta, di ribaltarsi con la barca. Dovette spostarle metà a poppa e l'altra metà verso prora, più vicino possibile agli scalmi dei remi. Quando arrivò a riva era esausto, le mani s'erano prima piagate, poi si erano rotte e sanguinavano. Era sua intenzione di arenare la barca e andare a letto, ma così pesante la barca non si spostava, affondava nella sabbia e lì rimaneva. Dovette levare tutto il carico di pietre e le mani perdevano sangue, così, quando tornò la mattina con un uomo per farsi aiutare a portare le pietre in casa, erano posate sulla sabbia a casaccio, quasi sembravano delle enormi uova di tartaruga, ma erano tutte coperte da macchie marrone: erano macchie di sangue, il sangue che egli aveva perso dalle mani piagate per il troppo remare. Ma sembrava che le pietre avessero loro stesso sanguinato, così stranamente disposte, lanciate con forza rabbiosa durante la notte.
