-Facciamo il giro inverso, passiamo dai cammelli, poi le giraffe e per ultimo andiamo dai leoni. - Il marito guardava il piazzale con la gente che si ammassava attorno a due pappagalli che parlavano.
La macchina era parcheggiata proprio all’entrata e si vedeva il cofano brillare.
-Vedi che le chiavi sono attaccate ancora al cruscotto, vado io, vedrai che sono lì. -Disse il marito.
Si alzò e passò dentro un gruppo di turisti svizzeri, grus gott, disse passando dentro la “nuvola” degli svizzeri tedeschi. Una signora sorrise e un'altra anziana gli rispose salutando.
-Siamo venuti per il giuramento di mio nipote.- disse la signora in italiano. Lo fermò e gli prese il dépliant come a un furto.
- Scippo- disse. -Vero? Si dice così, furto? Mio nipote è nell’esercito più forte del mondo. - Si mise a ridere nascondendo dietro la schiena il foglio.
Era simpatica e intelligente ma anche l’uomo che cercava le chiavi della macchina era pronto di spirito.
- Dal vestito che portano. Si vede dal vestito che portano, signora. Disse l’uomo senza chiavi, alludendo ai buffi vestiti delle guardie Svizzere in Vaticano e subito la signora che aveva capelli corti aggiunse:
- Si, il Papa ha l’esercito più forte del mondo, delle lunghe lance con… come si dice quello per tagliare gli alberi?
- Come ha detto?
-No, nulla- La signora lasciò perdere e si voltò dando le spalle. L’uomo ritornò sui suoi passi e rispose alla signora.
- Alabarde, sono delle alabarde. Disse.
- Con delle grosse alabarde e un bel vestito è l’esercito più forte del mondo. Aggiunse la signora che adesso sembrava solo pensierosa.
Le chiavi non erano nel cruscotto e la macchina era chiusa, la luce dell’antifurto si illuminava.
Erano seduti su un muretto della vecchia cava adibita a zoo, davanti a loro c’era la gabbia del vecchio leone che se ne stava accucciato con parte della criniera appoggiata al muro che gli ritornava dietro le orecchie come un cuscino. Di sotto, verso la fine della cava trenta metri giù, si vedevano i cammelli e i dromedari e c’erano pure due zebre. Due struzzi erano verso la discesa, sembrava che stessero aspettando.
-Ah, ho trovato le chiavi, ma guarda ecco! Impigliate nella rete del passeggino- disse la donna. Fu allora che il leone ruggì. L’uomo bevve dalla bottiglia l’acqua. Prese le chiavi e le mise in tasca.
Ora camminava sul bagno asciuga e d’un tratto si fermò a guardare il cielo. Una moltitudine di enormi pipistrelli volteggiava verso il monte di granito. Alcuni scendevano sopra i grossi alberi di mango, altri tornavano a volare in cerchio. Arrivò una barca con un grosso fuoribordo. A poppa c’erano alti divergenti e una serie di canne da pesca erano nella rastrelliera del roolbar tutte, con grossi mulinelli, 9/0. Arrivando a riva alzarono il potente fuoribordo e fecero scendere il pescatore sportivo che si bagnò i pantaloni fino alla cintola, in mano aveva il telefono ed il portafogli. I “boy” iniziarono a sbarcare il pescato. Da prima portarono a terra due bonito da cinque chili, poi iniziarono con i Kingfiish da quindici chili e li misero in ordine sulla spiaggia corallina. Per ultimo un sailfish, come un piccolo di marlin.
Si avvicinò a guardare i pesci bene allineati, fu allora, quando sentì dal cantiere che era dentro la radura, nella piana oltre la spiaggia, come un tremendo sfregare di ferri, fu allora, che si ricordò del leone e come questo lo quardava con i suoi grandi occhi gialli.
P.S. E’ un racconto sull’”agonia” e sull’alienazione, e come questa poco a poco entri nel “respiro” fino a dentro la più piccola associazione. Il ferro… l’acciaio delle sbarre, dell’amo da pesca, le chiavi, il luccichio del cofano, l’acciaio delle alabarde, così tremende nel considerarle veramente (mi ricordo un museo rinascimentale ed il mio timore da uomo nel pensare a quel genere d’arma) il rumore del ferro schiantato, tutto come una unica grande gabbia, non so se sono riuscito ad evocare questo genere d’irrimediabile destino.
