![cornelio_silla[1]](http://files.splinder.com/9a703ae83ec7dd2fbe22a692af083a38_medium.jpg)
L’esercito era posto su otto file. Il quadrato avanzava con le picche schierate. Avanti a loro la pianura di miglia: paglia secca ed erbacce. La porta dei Marsi Venafrum era stata sbarrata. L’ombellico dell’impero era preso da un pugno di stolti. Il segreto si nasconde meglio nell’oblio e nella misura semplice dei sesterzi. Avere un impero è avere Puteolos-Pozzuoli, capo Miseno. Avere Capua, Pozzuoli, Miseno è avere Venafrum porta dei Marsi: spalle, polmoni di Roma. La Diomede Venafrum è cagionevole, vittima del suo stesso essere. Chi ha dato, non ha mai perso nel dare se stesso, è l’alternanza delle cose di questo mondo. Chi prende per se Venafrum tradisce. E’ d’impiccio all’universo mondo. Non si mutano le stagioni, non si chiude l’acqua di un ruscello, non si cambierà così il destino del sannita Mario Egnazio. Morirà come ha vissuto l’eroe sannita: “Questo è il mondo, questo è il Sannio!”dice. Il poco che vuole il tutto. Non si è accorto il sannita delle ferite che ha dato con l’inganno al corpo di Roma? Non sa forse che Roma è anche questo? Non conosce forse il destino delle cose mutevoli? Egli, non sa vedere oltre il fuoco invernale. Eppure oltre capo Miseno tra il passo delle isole flegree, doppiato capo Circeo s’apre il mondo; il destino di questo è Roma. Come non si può capire?